Nepal, Tibet & China

Il Primo Ministro Nepalese è partito per la Cina esibendo un perfetto saluto militare all’esercito schierato all’aeroporto, visita che ha ulteriormente raggelato i   rapporti con l’India, da cui il Nepal dipende per tutto. 

La tradizione prevedeva che la prima visita ufficiale del PM fosse a Delhi, dal potente e amico governo indiano. Fra gli ambasciatori presenti alla partenza di Prachanda (ora non vuole più che sia utilizzato il nome di battaglia) spiccava per la sua assenza quello indiano. Fuori dai cancelli un gruppo di militanti maoisti ha salutato l’ex rivoluzionario, ora scortato da generali e burocrati.

Quando durerà Pushpa Dahal (Prachanda) come PM è una scommessa ricorrente fra i nepalesi e le sue quote s’abbassano dopo che l’UMLha messo in stallo il governo, non facendo giurare i suoi ministri e richiedendo il posto di vice primo ministro così come i Mahadesi. L’inizio traballante rispetta le previsioni.

A Kathmandu continua a piovere come sui 60.000 sfollati del  Terai, gruppi di maoisti raccolgono somme per le vittime (1000 sono ancora i dispersi), Prachanda è volato nella zona lasciando una sua personale donazione di circa rupie 35.000 (350 euro) la metà dello stipendio mensile dei vertici dello stato.  I nepalesi hanno risposto alle accuse dell’India dicendo che la causa del disastro è la mancata apertura di alcune chiuse in territorio indiano e ciò genera ulteriori tensioni.

Fortuna che in  Nepal siamo in un periodo di feste, Krishna e Tejj  (festa della donna), il mercato di Asan Tole si riempie di compratori, la benzina è, parzialmente,  arrivata e il Nepal dimentica, nelle sue incontabili feste, parte dei problemi.

Lo stesso sembrano fare gli infaticabili tibetani che hanno cessato le quotidiane dimostrazioni a Hattisar (Ambasciata Cinese). Smentite dal governo in esilio le voci di un presunto massacro di tibetani nello Xiniang The Prime Minister of Tibet’s Government-in-Exile Samdhong Rinpoche declares that there was no massacre by the Chinese army in Tibet in recent days. Any current controversy stems from a wrong translation during the Tibetan leader’s interview with French daily Le Monde.

Le Olimpiadi stanno finendo e così la visibilità delle proteste, i tibetani di Kathmandu torneranno a fare business come sempre e così i difensori dei diritti umani.

Un giovane nepalese Anand Gurung, in un articolo interessante, racconta come è percepito, in Nepal  (che ospita grande parte della diaspora),  il problema Tibet.

China has always been a peaceful neighbor; never poking its head on Nepal’s internal matters, while still contributing to the development of the country’s poor infrastructures by helping build roads, hospitals, transportation system, television station and conference halls (it hardly needs to be mentioned here but the venue for the country’s first Constituent Assembly is a Chinese built Birendra International Conference Center); and Nepal is bound to reciprocate by giving a patient ear to its concerns here.

Ciò non significa dimenticare Tibet was once an independent nation [no matter what may be your definition of “independent”] and that it was overrun by Chinese forces in 1949 in much the same way the neighboring Himalayan nation Sikkim would later captured by India in 1972. Surprisingly, Nepal still fails to see the fact that there was a violent uprising against Chinese rule in Tibet back in 1959 and that thousands fled the country after it failed, more than 20,000 of whom now live a life of an exile in Nepal. Yes, Nepal, as a tiny country which hardly has any say in world matters, can’t possibly think about criticizing China, which is projected as the economic and military powerhouse of the 21st century, on its poor human rights record and invite her wrath.

Ma le esigenze di buon vicinato, non devono limitare  diritti e libertà Thinking that it is just doing a job of a good neighbor, the country has in the past arrested these poor souls who have made it into Nepal risking their lives and deported them back to China to face an uncertain, and given China’s poor human rights record, a possibly perilous fate. And it goes beyond mention how Nepal has tainted its international image by closing down the Dalai Lama’s office coming under the pressure of the Chinese government, by carrying out raids in Tibetan refugee camps to arrest recent Tibetan defectors.

Aggiungo che il Nepal non ha permesso che si svolgesse il Kalachakra (una delle più importanti manifestazioni religiose del buddismo tibetano) che, fra l’altro, avrebbe rilanciato l’immagine turistica del Nepal e richiamato migliaia di “dharma people” paganti.

Il business non è da meno, oggi su Kathmandu Post un intera pagina sponsorizzata dalla potente Trekking Agencies Association of Nepal si congratula con la Cina e aggiunge “we nepalese feel proud on your organization of Olimpic games”.
 
Questa è sempre stata l’attitudine dei governi nepalesi e, acnora oggi, i partiti sono, su questa questione, straordinariamente compatti But ask any government officials and police authorities how they view the Tibetan demonstrations taking place almost on a daily basis in Kathmandu and one often gets the terse, readymade answer – “It’s a matter of policy. Nepal considers Tibet as an integral part of China and is against any political activities by the exiles.” And parties like United Marxist Leninist and now the ruling CPN (Maoist) party issue statements after statements pledging their stance towards “One China” policy;

La stessa politica è stata sempre seguita da tutti gli altri stati, anche politicamente più forti del Nepal, a parte qualche dichiarazione formale.

La Cina può permettere qualche autonomia e libertà culturale a Hong Kong, Macao o, come promesso, a Taiwan perché la maggioranza della popolazione è Han, e, dunque, da sempre e in maniera pur contradditoria, legata alla madrepatria e alla “cinesità”. Nessuna sostanziale autonomia è mai stata concessa alle numerose minoranze etniche.

Gurung ricorda che quando I nepalesi protestavano con dimostrazione di massa per ristabilire la democrazia nel 1990 e nel 2006 The scenes were also similar: the same poorly trained police using more force than required to break up the largely peaceful protest, the beatings, the arrests, the cries and shouts in the ensuing melee and confusion, and all this while the national and international photo journalists captures these moving images in their cameras and reporters and rights activists observe it silently. All were same; except that the protestors were Tibetans and they were demonstrating on a foreign soil against the injustices committed in their homeland from where they were forced to flee.

Malgrado ciò, per I nepalesi, schiacciati da problemi vitali, è difficile manifestare solidarietà e simpatia per i tibetani, Yet again, the sympathy talked about here is too high and noble an emotion which most Nepali can hardly afford. And even the little we may have, we have to share it among the one-lakh Bhutanese refugees and those Nepali speaking refugees who are continually driven away from Assam and elsewhere into Nepal and from here to foreign lands.

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Una risposta a “Nepal, Tibet & China

  1. Enrico, ti ho dato il link sul mio blog. Un sacco di gente che mi legge è interessata al Nepal e tu sei estremamante ben informato… ho detto che è un blog per chi ha il cuore forte!!!!!!!
    Ciao Niki

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