che botto

 

Tutto finto: persone, norme, leggi, sistemi finanziari, rating, “patti chiari”, certificazioni. E tutto si spantega, lasciando l’Occidente ansioso e depresso.
Il mondo reale e la gente normale non conta niente, come scritto in altri posts, e deve solo subire, come nel Medioevo, i giochi dei potenti.
In Occidente le banche e le istituzioni finanziarie spazzano via risparmi, lavoro, casa come nelle campagne dell’India o del Nepal gli usurai e i latifondisti.
La crescita economica si blocca in Occidente e rallenta in Oriente dove Cina e India dovrebbero, comunque, continuare a crescere (rispettivamente +9% e +7% del PIL); i paesi asiatici hanno, come scrive il Bangkok Post “un ombrello protettivo” per le loro economie.
Del resto, in Asia, il 70% della popolazione dei villaggi se ne impippa dei bonds, futures, e le uniche stock options che vede sono quelle (forse calanti) dei famigliari migrati all’estero. Per loro nulla cambia dopo il gran botto, continueranno a vivere come hanno sempre vissuto, magari non si potranno comprare un nuovo bufalo (se le rimesse diminuiscono).
Si ritarderà di qualche decennio il loro ingresso nell’economia globalizzata, ma questa gente è abituata da centinaia di generazioni a coltivare la terra, allevare le bestie, raccogliere le sterpaglie e portarsi a casa l’acqua nelle brocche. Ansie e depressioni che stanno allargandosi fra i frequentatori degli Out Let in Occidente non li sfiorano neanche.
Per di più, in Nepal, la piccola Borsa è chiusa, la gente ancora festeggia il raccolto del riso nel lungo ponte del Dashain.
Bufali, capre, galline sono state sgozzate, come è giusto che sia, per donare un possesso materiale alle divinità e ringraziarle per mantenere intatto il ciclo della natura. Qui la gente sacrifica una parte di ciò che possiede per qualcosa che considera superiore alla materia (le divinità) e non come da noi per riempirsi la pancia. Poi, i buddhisti facciano il loro lavoro riempendo di bandiere della preghiera le colline sopra Dakshinkali (il tempio di Durga-Kali centro dei sacrifici) e proteggere i loro Gompa dalle energie negative.
Il gran capo dell’Associazione degli Oracoli aveva indicato il 9 ottobre, fra le 11, e le 11.30 AM, il momento ideale per scambiarsi lil segno di benedizione della tika. Così è avvenuto a Nirmal Niwas in Maharajgunj, dove l’ex sovrano ha posto la pasta rossa sulla fronte di migliaia di fedeli. Non distante anche il nuovo Presidente della Repubblica ha fatto lo stesso.

In questi giorni di mangiate e bevute in famiglia, i fatti salienti sono scampoli di un passato affascinante: la nuova Kumari ex reale (selezionata dopo una lunga ricerca anche quella di Bakthapur) e la detronizzazione del Raja del Mustang.La storia della Kumari (vedi post del 27-7-08) è anch’essa la storia di un sacrificio, quello di una bambina che è destinata ad incarnare una dea, protettrice ed equilibratrice. Per gli storici abitanti di Kathmandu (i Newari) è ancora un simbolo della loro cultura e tradizione. La bambina, come una antica principessa o una moderna Star, godrà dei vantaggi e svantaggi della sua posizione. E’ uno degli ultimi scampoli di un passato glorioso e di una cultura a cui è utile, per i nepalesi, guardare in questa fase di difficile e caotica transizione.
Lo stesso è per l’anziano Re Jigme Palbar Bista, anche lui poco più di un simbolo per il suo paese. Il Mustang è isolato dietro l’Himalaya, un pezzo di Tibet insinuato nel Nepal. Paese lunare, di ampie, valli secche, forti e monasteri che, faticosamente, sta collegandosi alla modernità. Prima con le migrazioni, poi con la striscia di strada che scende dalla Cina e che dovrebbe collegarsi a quella che sale dalla Kali Gandaki. Ogni anno 80 camions scendono dal Tibet portando cianfrusaglie cinesi.
L’ex Raja si dice contento “Sometimes people get sick and die because they can’t get treatment in time, and the road might change this” ha dichiarato in una rara intervista. Ma, allora, più della strada servirebbero ospedali, scrivono gli oppositori. Anch’io penso che la strada che sale fra i villaggi della Kali Gandaki e che dovrebbe raggiungere Lo Mantang (capitale del Mustang) sia un impresa bizzarra: il terreno rende difficile il suo mantenimento, non vi è niente da portare verso i mercati di Kathmandu, si distrugge uno dei  percorsi di trekking più belli (con relative perdite economiche per le attività locali).
I nepalesi sperano che con la strada salgano a vedere l’Annapurna e i monasteri del Mustang e di Muktinath comitive di giapponesi e cinesi in bus. Intanto permane il trekking permit a USD 100 al giorno, diretto, formalmente, a preservare il patrimonio artistico e naturalistico del Mustang e a limitare le presenze di turisti (ma, come detto, non di camionisti cinesi).
Il vecchio Raja (colonello dell’esercito e pensionato dallo stesso) ha accettato la decisione ufficiale del Governo nepalese di togliergli ogni potere formale (con lui anche i raja fantasma di Salyan, Jajarkot and Bajhang, tutti parenti poveri dell’ex-sovrano Shah) e, anche, il Mustang perderà il titolo sfruttato di “Regno Proibito“.
Il sovrano  “still addresses small disputes, but if anything major happens we refer it to the chief district officer in the district headquarters”, ha dichiarato, spiegando la sua funzione negli ultimi anni.
Giuseppe Tucci nel passato e Peter Matthiessen negli anni ’60 hanno scritto della storia e delle tradizioni di quest’area. Alla fine del 18° secolo il Mustang fu incorporato nel nascente regno del Nepal e perdette la sua indipendenza (pur sotto la protezione del Tibet) che risaliva al 1450, quando il mitico guerriero Ame Pal raccolse le tribù delle vallate e creò il regno.
Nei secoli passati, famosi pittori e scultori nepalesi, passarono per il Mustang nei loro viaggi decennali per creare le immagini delle diìvinità nei ricchi Gompa tibetani. Alcuni si fermarono e affrescarono i monasteri della regione, che, grazie al loro isolamento, hanno mantenuto pitture antiche e rare, risalenti alle prime scuole buddhiste. Altri pezzi d’arte, sculture, bronzi, legni, sono spariti e rivenduti all’estero.
E’ in corso, da qualche, anno un importante lavoro di restauro ad opera della American Himalayan Foundation, a cui collaborano alcuni bravi e simpatici italiani. Durante questi lavori sono state riscoperti antichi dipinti, non unici nelle alti valli dell’Himalaya, in alcune grotte nei pressi della capitale con dipinta la vita di Siddharta Gautama.
Il terrore di questi ragazzi è che le case in pietra di lo Mantang diventino bordelli e karaoke per i camionisti cinesi e che il fragile ecosistema delle vallate sia pestato da file di camions puzzolenti. Con la buona pace del vecchio Raja.

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