Cambogia: tamburi di guerra

Fighting erupts on border , titola oggi il Phnom Penh Post. Un elicottero thailandese ha sparato sulle linee cambogiane che hanno risposto con missili. Anche nelle scorse settimane qualche scaramuccia era accaduta e tre soldati furono feriti. Continuo a pensare, visto l’assoluta inutilità del territorio per cui si combatte, che sotto ci sia ben altro e che la questione sia destinata a chiudersi.
Probabilmente i ben più lauti giacimenti petroliferi in acque contese (vedi post precedenti) e l’intenzione di sviare l’attenzione delle rispettive opinioni pubbliche sui problemi interni. Come segnala The Nation nel suo titolo Hun Sen bangs the war drum too early (15 ottobre).
La crisi si è allungata e dilatata oltremisura per la crisi politica thailandese. Ormai da mesi l’opposizione chiede le dimissioni del governo con grandi manifestazioni di piazza che dalla capitale si sono allargate al resto del paese, con le prime vittime. Il parlamento e il governo non sono, dunque tecnicamente, nelle condizioni di prendere decisioni quali la definizione dei confini.
Three protesters have been killed and hundreds of others injured, including at least 40 police officers, and more violence in Bangkok is feared. In the most recent bout of serious violence, on October 7, police tried to disperse 2,000 anti-government protesters in front of Parliament using teargas and rubber bullets. Witnesses told Human Rights Watch that they heard loud explosions when police charged the protesters. The blasts nearly severed the leg of one PAD protester, while many others suffered deep wounds and burns.
Since the standoff began in late May 2008, pro-government groups have attacked about a dozen rallies across Thailand organized by the PAD. Human Rights Watch found that many of these attacks were financed and coordinated by members of the governing People’s Power Party (PPP). For example, on July 24, more than 1,000 members of the pro-government Khon Rak Udorn Club, led by Kwanchai Praipana and Uthai Saenkaew (the younger brother of Theerachai Saenkaew, who was then the agriculture minister) used force to break up a peaceful rally of about 200 PAD supporters in Udorn Thani province
.  (The Nation, 15\10; cito le fonti per rispettare le giuste richieste di un gentile commentatore)
L’opposizione ha addirittura chiesto all Forze Armate d’attuare un colpo di stato morbido come avvenne nel 1976.
Le tensioni economiche degli ultimi giorni, i ritardi d’interventi strutturali sui mercati finanziari (speculazione monetaria e sulle materie prime) da parte dei governi prima del grande botto, sono costati meno cari in Oriente ma, anche lì, la crescita si è rallentata. Con tutte le conseguenze sui più deboli.
In Cambogia vi è grande preoccupazione poiché la crisi economica internazionale, partita dal settore immobiliare, rischia di ridurre pesantemente i grandi investimenti per costruzioni che la Cambogia sta ricevendo (vedi post precedenti). In Cambogia non c’è la Borsa che si prevede creare nel 2009 con l’aiuto dei sud-coreani.
Ecco allora Hun Sen che chiede un prestito alla Cina di USD 300 milioni “We need some hundreds of millions … $300 million is a small amount for China” ha dichiarato. Nello scorso anno già USD 600 milioni sono stati prestati dai cinesi.
Nei giorni scorsi ha ricevuto usd 35 milioni dall’Asian Development Bank e 9 dall’ UN World Food Program. Gli obiettivi: intervenire nella crisi alimentare che sta investendo i 500.000 abitanti del bacino del lago Tonle Sap, i cui redditi e alimentazione dipendono dal pescato, insufficiente per acquistare il riso (il cui prezzo è raddoppiato nell’ultimo anno) e integrare la dieta.
“Our target is to get food on the plate within three weeks, but we need to make sure the system is fully transparent first,” dice il Country Director dell’ADB, Arjun Goswami.
Mentre tuttti chiedono, da anni, maggiore trasparenza al governo, la Cambogia è ulteriormente scesa nella classifica sulla corruzione stilata dall’autorevole Transparency International, passando dal 162 posto nel 2007 al 166 nel 2008; cioè il quarto posto fra i paesi più corrotti del mondo.
Eppure, l’attuale sistema politico, è stato costruito anche grazie a una delle operazione più brillanti delle NU (come è stata da loro stessi definita); una specie di governo diretto delle stesse UN per circa due anni (1992-1994), dopo il ritiro delle truppe vietnamite. Per consolidare l’operazione (UNTAC, costata USD 1.6 miliardi di allora, con oltre 20.000 funzionari e militari internazionali), la Cambogia ha continuato ad essere uno dei paesi più aiutati del mondo (in proporzione al numero degli abitanti) con oltre USD 800 milioni annui.
L’industria dell’assistenza è, infatti, una delle principali del Paese; sono presenti tutte le sigle delle UN e ben 450 NGO, molte delle quali con propri ristorantini, cafeteries, bakery, discoteche, aperte (esentasse) nel centro di Phnom Penh.
Questo schieramento di finanziatori non ha impedito (ma ha forse favorito) il crescere della corruzione e malgoverno propedeutica ad enormi diseguaglianze di reddito, persistente povertà (33% degli abitanti con meno di USD 600 annui) e disgregazione sociale (prostituzione e sex trafficking).
Fattori che sembrano confermare la teoria sempre più diffusa secondo cui l’attuale “sistema” della cooperazione internazionale crea più danni che benefici.
Più soldi arrivano, più Hun Sen e la sua banda sono contenti, poi, forse, qualcosa rimarrà anche per le centinaia di famiglie di Borei Keila (molte con famigliari sieropositivi), che stanno per essere scacciate da Phnom Penh, o per le 1000  di Kandal, che come tanti contadini cambogiani, si vedranno portare via la terra a beneficio di qualche multinazionale.
                                                        Meglio suonare i tamburi di guerra e attaccare la Thailandia.

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