Maybe, We Could

monaco buddhista tibetano

Se questo post lo leggesse Manuel, uno ieratico Dharma People del monastero buddhista di Kopan mi darebbe sul testone la coda di yak usata dai monaci tibetani per le benedizioni dei discepoli. Avvolto nella sua chuba ocra, srotolando i 108 grani del rosario e ripetendo il mantra Om mani Peme Hum, troverebbe il tempo per ricordarmi che la vanità è uno degli attaccamenti che impediscono l’uscita dall’eterno ciclo di nascite e morti del Samsara.
In effetti un post sull’elezione del simpatico Obama, dopo tutto quello che hanno scritto, è un’esaltazione del proprio ego.
Comunque, grande gioia anche in Oriente per l’elezione sicuramente storica e carica di speranze fino esagerate: “For all the underprivileged people and the people suffering from various discriminations across the world, this is a matter of joy, dichiara il Ministro degli Esteri Nepalese Yadav.

iwo

Certo è che una gioia istintiva ha attraversato il mondo, in parte scuotendolo positivamente, dalla depressione post-botto finanziario in cui era precipitato. Il Kathmandu Post parla di Obamizzazione, riportando l’incredibile attenzione che hanno avuto queste elezione in Kenia e in tanti paesi del mondo.

C’è però una ragione, Obama ha saputo parlare in modo diretto, riscoprendo e trasmettendo valori (opportunità, rinnovamento, solidarietà) che si contrappongono all’arroganza, ai muscoli economici e militari, ai valori assoluti (e perciò antidemocratici) sbandierati dalla fallimentare amministrazione del figlio scemo Bush (caduto al 20% del gradimento, e lì i sondaggi non sono inventati come in Italia). Tonight we proved once more that the true strength of our nation comes not from the might of our arms or the scale of our wealth, but from the enduring power of our ideals: democracy, liberty, opportunity and unyielding hope. (discorso di Obama a Chigaco)

Dopo due guerre e una libertà assoluta per gli speculatori, le famiglie americane non potevano far altro che cambiare e così anche il serio Mac Cain (esemplare il suo discorso e la replica di Obama) è stato sconfitto. Dato storico l’affluenza alle urne (64%) simile solo ai tempi delle grandi speranze rappresentate dai Kennedy e dal risorgente “sogno americano”, con tanti giovani in fila per votare.
Obama è riuscito, inoltre, a non sembrare uno dei soliti mandarini della politica (vedi i democratici italiani) e superare ugly rumours of his Muslim background, his connection to unsavoury characters, even of his nationality and his patriotism. There were also his experiments with marijuana and cocaine during his wasteful days. But the pundits hadn’t reckoned with an intuitive political genius with a flair for powerful oratory and building bridges. Scrive il Times of India.
La creazione di una speranza ha mosso la gente e anche a all’Indigo Gallery a Kathmandu e nell’attiguo ristorante frequentato dai rubicondi espatriati americani si è festeggiato e cantato l’immancabile inno nazionale. Lo stesso in Cambogia nell’elegante FCC bar sul lungofiume.
L’attenzione verso queste elezioni da parte della gente comune in questi paesi (parliamo degli urbanizzati con accesso a internet e alla stampa) è un‘altro elemento nuovo che segnala come Obama abbia creato identificazioni e suscitato speranze (personali e collettive) e che le persone distanti fisicamente e culturalmente (con internet e la migrazione) abbiano trovato comuni denominatori.
obama-in-kenyaSee my little nephew over there? He could be Obama one day. He has an American mother and a Zambian father – this is simply a joyous occasion.” Dichiara una giovane cambogiana. Con lui s’identificano anche tutti i migranti che vagano per il mondo in cerca di lavoro e di speranze. E le minoranze nei vari paesi, che come si domanda un politico indiano What is the black population of America? 12-13%?” he asked. In a manner typical of politicians, he wondered how a small minority could deliver a chief executive.
Non c’è arroganza nelle parole di Obama anche perché il mondo sta velocemente cambiando e gli USA, inevitabilmente, stanno perdendo la supremazia economica e politica posseduta da oltre 60 anni. Le nuove potenze, Cina e India, non sono debitori come Europa e Giappone di Piani Marshall e aiuti vari, ma creditori (i dollari delle esportazioni) e con esse la nuova Amministrazione dovrà dialogare più o meno sullo stesso piano se vuole trovare strade nuove per governare il mondo, senza imporre strategie (spesso fallimentari) e valori americocentrici assoluti. Il nuovo Presidente sarà forse in grado d’attenuare l’antipatia globale verso gli USA che, fra l’altro, penalizza chi vuole dialogare, confrontarsi, con culture e idee diverse nei vari paesi.
Io non mi aspetto grandi miracoli, come tutti i politici dovrà fare i conti con le regole del Palazzo, gli interessi intoccabili, le protezioni necessarie, ma, indubbiamente la sua elezione ha dato fiato al mondo.
Il mantra ripetuto dai suoi sostenitori (simile alle inquietanti funzioni religiose delle chiese americane) può essere trasformate in Maybe, we could, più realisticamente.

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2 risposte a “Maybe, We Could

  1. A vincere non è stato l’uomo nero, come tanti lo hanno definito in Italia, ma l’uomo nuovo. Mi auguro che le speranze nutrite verso questa nuova figura non vadano in fumo. I miei amici a Kathmandu mi hanno detto che ha vinto “l’uomo buono”! Chissà che sia vero. A differenza di tanti italiani involtolati nell’attuale governo non vedo di cattivo auspicio il proposito di dialogare in maniera più o meno civile con l’Iran….e chissà che non si riesca realmente a pensare ad un ritiro dall’Afganistan

  2. Anche il fatto che ESPLICITAMENTE abbia rifiutato il denaro delle lobby per finanziare la sua campagna, fa ben sperare.

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