Vendere la povertà sul Web

redcrossUna recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano e della Nielsen, ci dice che il 54 per cento degli Italiani preferisce il web alla televisione, soprattutto nella fascia oraria fra le 20:00 e le 22:00. Quindi  in calo anche i testimonials televisivi (spesso utilizzati da ONLUSONG) come mezzo per rastrellare fondi che, di norma, parlano di progetti e paesi senza sapere neanche dove sono.
Il no-profit italiano s’è dunque avventurato nel Web, un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi. L’ultimo Natale, anche a causa della crisi economica e della diminuzione prevista delle donazioni, tutti si sono scatenati  con market places di prodotti, copiatura di format americani con giochi vari, acquisto di spazi nei blogs.
Mi domando ha senso porre sul proprio blog (anche ricevendo qualche spicciolo) un messaggio copiato dal sito dell’associazione senza conoscere, condividere ciò che fa. Ed è etico per l’associazione pagare per questo tipo di comunicazione. Quali risultati può portare se non vi è un legame di conoscenze e partecipazione fra chi dona e chi riceve. Lo stesso per i market places “solidali” in cui si vendono pozzi, banchi, bambini senza sapere neanche dove.
Sarò fissato ma vedo un filo unico di superficialità (e puro commercio mascherato) in questa forma di comunicazione che passa dai MDGs,  alle grandi multinazionali dell’assistenza, per finire alle piccole ONG del Tutti a Tavola.
Sembra che stia sviluppandosi un mercato per vendere la povertà, ben strutturato con decine di procacciatori d’affari (fundraisers), workshops, convegni per fundraiserelaborare strategie, etc. Un mercato che ha il fine primo di automantenersi (oltre che autoreferenziarsi) ponendo in secondo piano l’obiettivo principale delle ONGONLUS cioè creare opportunità per i beneficiari. Anche qui qualcuno inzia a porsi qualche domanda etica: questa volta mi chiedo come un consulente possa chiedere decine di migliaia di euro (senza esagerare) ad un’associazione nonprofit che con 1€ nutre un bambino.
Se uno si fa un giro sui siti di fundraising troverà tanti discorsi sulle strategie, sui casi di successo (grande scalpore ha fatto l’accordo Save The Children-Bulgari di 9 milioni di euro), sulle tecniche di vendita (lettere ai donatori, siti, etc.) e niente sul legame che si dovrebbe creare fra donatore, progetti e beneficiari.
Non sarebbe più opportuno concentrare risorse ed energie verso i beneficiari, fare progetti e attività efficaci e, come nelle serie aziende profit, pensare prima alla qualità del prodotto che non alla sua vendita. Visto il basso livello qualitativo delle attività di molte ONG.
re3Sarò retrogrado ma non sarebbe meglio utilizzare gli strumenti del Web per comunicare con efficacia quello che si sta facendo, i progetti e i loro outputs, come sono vissuti nelle comunità, come nascono e come si evolvono, invece di riempire i siti di mappe, appelli emozionali, banner che chiedono versamenti. C’è Medici senza Frontiere, per esempio, che usa i podcast per raccontare cosa accade nelle zone in cui opera.
Queste domande potrebbero avere alcune risposte. Risulta più semplice fare un po’ di spettacolo se non si ha niente da raccontare sulle proprie attività. In molti casi è meglio non raccontarle per non far fuggire i donatori.
Per rimanere sul web, una cosa utile fra tutte le reclames dell’industria dell’assistenza è questo sito in cui è possibile trovare facilmente molti dati (con i dubbi sui sistemi di raccolta) sulla situazione del disagio nel mondo.

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8 risposte a “Vendere la povertà sul Web

  1. puoi raccontare quello che fa una onp se hai qualcosa da raccontare, se i progetti non ci sono, sono di scarso valore, se non c’è trasparenza è inutile mettere su blog, podcast, foto. Hai ragione quando dici “Risulta più semplice fare un po’ di spettacolo se non si ha niente da raccontare sulle proprie attività. In molti casi è meglio non raccontarle per non far fuggire i donatori.”
    ciao

  2. Ciao Enrico
    passo da qui e lascio il mio commento perché preso in causa, ahimé. Analizzo solo ed esclusivamente la parte che riguarda me:

    Mi domando ha senso porre sul proprio blog (anche ricevendo qualche spicciolo) un messaggio copiato dal sito dell’associazione senza conoscere, condividere ciò che fa. Ed è etico per l’associazione pagare per questo tipo di comunicazione.

    1. Ricevendo qualche spicciolo: no. Così come per qualsiasi altra iniziativa umanitaria alla quale ho partecipato, non ho percepito alcun euro, per mia scelta. Agisco in buona fede, mi fa piacere rendermi utile anche in queste piccole cose, stavolta però toppando in pieno e fidandomi di qualcuno che ha richiesto di divulgare un appello forse falso o non del tutto chiaro.

    2. un messaggio copiato dal sito *: no anche in questo caso. Cerco di elaborare un messaggio pensato e portato su “carta” perché mi piace cercare di arrivare al cuore delle persone (in questi casi specifici) proprio perché si tratta di tematiche particolarmente delicate. Non concepisco come possa qualcuno giocare con questioni del genere e vite altrui spezzate da una quotidianità così “delicata” e sempre “al limite dell’invalicabile”. Mi sono fidato, ho sbagliato, due incertezze fanno una certezza, è la seconda segnalazione che mi arriva riguardo l’iniziativa dubbia.

    Cosa ho fatto? Ho rimosso il post e ho inviato i lettori a leggere quanto da te prodotto, mi è sembrata la cosa migliore da fare per cercare di recuperare un briciolo di serietà, provo vergogna io per coloro che hanno messo in piedi questa iniziativa tanto quanto quelle da te citate.

    Grazie per avermi dato conferma di quanto idiota e maligno possa essere l’uomo giocando sul fattore umanità (non che non lo sapessi già ma sai, ogni tanto ci si vuole anche fidare …).

    Buona giornata.

  3. Caro Gioxx
    tanto mi scuso per il discorso di qualche spicciolo che forse l’ha preso solo la società incaricata di fare Webmarketing. Il problema però non è solo relativo al “prodotto” pubblicizzato nel caso in questione, (che, come scritto in altri post non si discosta molto dalla media delle ONG), ma dal modo in cui molte ONG si fanno pubblicità pensando più alla forma che al contenuto. Quando si propone un progetto sociale, una mission il veicolo e il destinatario del messaggio devono essere coinvolti (attraverso la spiegazione del progetto, del luogo, degli obiettivi, etc.), dovrebbe essere un percorso e non uno spot. Se no si rischia che la donazione liberi solo la coscienza di chi dona e mantenga apparati. L’ONP\ONG è un intermediario destinato a produrre opportunità (attraverso progetti ed attività) per il beneficiario; il donatore, partecipando e controllando (come ogni buon azionista), dovrebbe verificare se il suo investimento ha prodotto risultati.

  4. Concordo al 100%, è il motivo principale che mi ha spinto ad azzerare quel post scritto con la massima fiducia. Avevo chiesto ulteriori informazioni, sono stato rimandato al sito web dell’organizzazione che -sfortunatamente- riporta le stess informazioni che puoi leggere tu o qualunque altro utente che “capita di li per caso”.

    0 dimostrazioni di iniziative portate a termine, 0 dettagli. Ovviamente io che ho voluto partecipare concedendo spazio e tempo all’iniziativa ci ho rimesso tanto quanto un donatore desideroso di aiutare chi è più in difficoltà.

  5. Condivido il discorso, ma c’è da dire che qualcosa si sta muovendo, infatti negli ultimi tempi si stanno vedendo organizzazioni che si “sponsorizzano” (che brutto termine, ma questa è la verità) anche sui circuiti commerciali tradizionali del web quali google adsense o tradedoubler. Cmq credo che il futuro sia qua. Resta da vedere se i costi per chi vuole pubblicizzarsi rimarranno bassi oppure la “bolla” crescerà e qualcuno andrà a specularci… Staremo a vedere.

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