Migranti a casa, le conseguenze della crisi

donnaVillaggi svuotati dai giovani, donne e vecchi al lavoro nei campi, bambini, fortunatamente, messi nei nostri asili (almeno nel Timal, dove li avevamo costituiti). Questo era il panorama in gran parte dei villaggi del Nepal fino a pochi mesi orsono, i giovani eramo migrati, le famiglie divise.
I dati ufficiali raccontano di 500.000 nepalesi che lavorano in Malesia, 300.000 negli Emirati, un altro milione sparso per il resto del mondo. Incalcolabile il numero dei migranti in India dove le frontiere aperte impediscono ogni conteggio. Incalcolabile il numero dei migranti clandestini. Si ritiene, in assenza di dati precisi, che circa il 10% del Nepal sia all’estero (2.500.000 persone) e, un altro 10% sia piombato, nell’ultimo decennio, a Kathmandu dando il colpo finale all’equilibrio sociale ed urbanistico della capitale. Tutti vengono dai villaggi, in gran parte da quelli delle colline, con conseguenze sociali ed ecologiche negative anche lì.
Per la contabilità nazionale del Nepal questa massa di sfruttati (12.000 migranti al mese) produceva il 15% del PIL e generava importazioni, attività, consumi e, quindi, tasse, nonché un aggiustamento della bilancia dei pagamenti con l’estero. I programmi proclamati dal governo e dal Ministro delle Finanze Bhattarai (maoista) rischiano d’impantanarsi nelle conseguenze del gran truffone globale che ha provocato la crisi finanziaria ed economica. Il Nepal, nella sua strutturale arretratezza, sta risentendo in ritardo degli effetti. Già l’annunciato progetto “Free Maternity Service” e la distribuzione di medicine gratuite alle migliaia di Health Posts sparsi nei villaggi non funziona, come del resto non funzionava nel passato. Gli interventi per ridurre la mortalità infantile (60.000 bambini sotto i 5 anni all’anno) e delle madri (6500 morti all’anno, dati fra i più alti del mondo), rimarranno sulla carta ( e sui Report delle ONG) con la diminuzione delle entrate e le priorità energetiche e di sicurezza.
In questo contesto è abbastanza ripugnante vedere progetti sulla salute dei bambini e delle madri sviluppati con serie strutture comunitarie (quali l’ospedale di Dhulikel) abbandonati da parte di NGO italiane in Nepal (vedi post CCS Italia) per incapacità, spese di struttura, cialtroneria varia.
Come detto, il governo di PKD (Pushpa Kamal Dahal) come adesso la stampa chiama il buon Prachanda si troverà ad affrontare un calo, attualmente del 40% delle remittance degli emigrati e il blocco della migrazione verso alcuni paesi (Malesia, EAU, S.Korea) che hanno consentito di assorbire manodopera e diminuire la disoccupazione in Nepal (si contano circa 70.000 perdite di lavoro negli ultimi a mesi per le difficoltà produttive docute alla mancanza d’energia e alla chiusura di fabbriche per tensioni sindacali e ordine pubblico). Il ritorno nei villaggi e la perdita d’integrazione del reddito derivante dalle rimesse rischia d’aggravare la situazione alimentare di molte famiglie contadine, i cui raccolti permettono d’arrivare al settimo mese dell’anno.
In Cina, il Governo ha allertato l’esercito per prevenire tensioni e disordini derivanti dal ritorno nelle campagne di milioni di lavoratori (in massima parte giovani e scolarizzati). Si calcola che il 15% degli oltre 130 milioni di migranti interni stia tornando a coltivare il riso o non sia rientrato nelle città dopo le feste d’inizio anno.  Se la crescita del PIL cinese sarà del 7% annuo è insufficiente per assicurare un flusso socialmente sostenibile (minime strutture abitative e igieniche) dalle campagne, come è avvenuto negli ultimi 20 anni. Lo stesso, con numeri minori sta avvenendo in Nepal e si attendono dati dalla più elastica India.
Già si sentono storie tristi sui rientri. Ram Bahadhur Tamang, 25 anni, è partito dal suo villaggio di Arunthakur (Distretto di Sindhuli) sei mesi fa per la Malesia. Ha iniziato a lavorare in un azienda che fabbricava containers che l’ha rispedito indietro quando la produzione è diminuita.
L’agenzia di collocamento nepalese gli ha chiesto Nrs. 100.000 (euro 1000) più il biglietto aereo, coperti da un prestito al 60% annuo. Senza salario (euro 300 al mese) non è in grado di ripagare il prestito e peserà sulla famiglia di contadini rimasta a coltivare i campi di mais. Già una cifra bassa, visto che ad altri sono stati chiesti fino a Nrs. 150.000.
Tante storie di gente partita per guadagnare qualche soldo per assicurare il futuro ai figli, comprare una casa o un pezzo di terra e che ora tornano indebitati. Nei villaggi il tasso medio è il 40% annuo.
Le compagnie di Manpower sono state più volte assalite per le fregature che hanno dato ai migranti e non è escluso che accada di nuovo.
Circa 2000 lavoratori rientrati chiedono la restituzione delle somme pagate per lavori persi in pochi mesi.
Le compagnie si appellano al governo We cannot afford compensation for all as the jobs of 2000 other Nepalis we sent are also vulnerable,but, we are ready to pay them reasonable compensation if there is a government decision regarding this.
Nei paesi musulmani si racconta che tanti Tamang, Magar, Madeshi (buddhisti e induisti) si convertono all’Islam per aver assicurato il posto di lavoro e migliori condizioni.
Il problema è generale. L’ILO stima in 20 milioni ( su un totale di 100 milioni) gli emigranti dei paesi poveri (India, Sri Lanka, Bangladesh,Nepal per rimanere in Asia) che saranno obbligati a tornare a casa.
In più aumenterà lo sfruttamento di quelli che riusciranno a tenere il lavoro e, di conseguenza, diminuiranno i già scarsi diritti.
Le decine di organizzazione internazionali che si occupano del problema hanno banchettato nei giorni scorsi a Manila nel Second Global Forum on Migration and Development (GFMD). Hanno discusso di decine di convenzione mai applicate e concluso con l’ennesimo invito ai governi di varare instruments that promote and protect migrants’ rights. A nessuno è venuto in mente, come per altri settori, di vincolare gli aiuti internazionali a normative concrete e applicate dai governi per proteggere questo mercato di esseri umnai.

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3 risposte a “Migranti a casa, le conseguenze della crisi

  1. Giá due padri di famiglia che conosco nei distretti di Lamatar sono tornati a casa dal Barhein prima di Natale. Credo che pensando solo in piccolo il sovraffollamento di Ktm rappresenti un pericolo da non sottovalutare…per una cittá che da mesi, se non anni, non ha piú nulla da offrire a chi lascia i campi e le pesanti gerle.
    L’assurditá di un governo che si era presentato come alternativa vicina al popolo mi fa sorridere.La giovinezza nepalese, come quella indiana, sarebbe potenzialmente una risorsa straordinaria.. ma come puó un giovane pensare di spostarsi adesso. I ragazzini che si sono trasferiti a Ktm ciondolano tutto il giorno e mi scrivono che non riescono neanche a seguire i corsi di inglese (per i quali i genitori contadini hanno dato quasi tutto quello che avevano)a causa dei continui power cut e delle rivole che ne derivano. Ma é vero che si sta arrivando a 16 ore al giorno di taglio di corrente? incredibile

  2. Stanno riparando i tralicci nel Terai portti via dall’alluvione d’agosto e ciò permetterà di diminuire di un paio d’ore il taglio della luce. Ma fra poco inizierà a mancare l’acqua in buona parte di Kathmandu, come tutti gli anni in marzo, aprile e maggio. E’ piacevolmente straordinario come, con sufficiente serenità, le persone s’adattano a queste condizioni.

  3. 1200 nepalesi sono rimasti senza lavoro e senza permesso in Malesia, l’azienda che doveva assumerli si è rifiutata o ha proposto salari di fame. La migrazione era stata organizzata da una delle decine di Agenzie di lavoro di Kathmandu.

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