Basta prender soldi: no profit e banche

citi-bankWall Street è ripiegato su se stesso, anche i ristoratori indiani, al centro del boom economico e delle frequentazioni delle schiere di managers, analisti, venditori di titoli, stanno un po’ boccheggiando. Questa gente sfila per le strade come ladri beccati in castagna, con le teste basse e il viso segnato. Tanto, iniziano a perdere il posto di lavoro, fra i primi,  i colletti bianchi high-tech, giunti dall’India e dall’Europa. Si è salvato Vikram Pandit, dal 2007 CEO della Citi Bank, e uno dei primi americani d’origine indiana a salire così in alto nel sistema bancario USA. Un ipotesi, che l’abbiano messo lì per fargli la festa, visto che, secondo Clara (e i suoi conoscenti) non avrebbe l’esperienza per gestire la più grande banca del mondo.
Clara vive a New York, sta facendo uno stage in una banca e mi scrive un po’ preoccupata dal suo ufficio di Manhattan: un pò meno lavoro, meno soldi circolanti e dunque rischio di tornarsene a casa. E’ diminuito lo stress delle trimestrali che hanno obbligato tutti, per anni, a concentrarsi sui risultati a breve e non a lungo termine: una delle cause del botto finanziario. Ha letto il post su banche, dittatori e criminali di stato, ladri di risorse naturali, distruttori di ecosistemi (alcuni dei quali con i conti nella Citi Bank) e vuole dire la sua.
Clara racconta che  Citi Bank era già nota (anche in Italia) per una certa disinvoltura del suo management e il rapporto Undue Diligence: How banks do business with corrupt regimes, ben s’inserisce nel suo ruolo nello scandalo Parmalat e nella condanna per la truffa (USD 14 milioni) ai danni dei propri correntisti, scoperta in California nel luglio 2008.
Fra le Zombie Bank che sono moltiplicate negli USA, la Citi è il caso più clamoroso e quella che s’è beccata USD 50 miliardi (+ garanzie per 301). In a better world, Citi would have long ago been put into bankruptcy, scriveva il Wall Street Journal senza aggiungere che questa banca, come altre, non era stata sottoposta a nessun controllo grazie ai contatti con la mafia politica di Washington.
Fortunatamente, dopo aver perso nel 2008, l’87% del suo valore in titoli ha riscoperto la social responsability cancellando l’ordine per l’acquisto di jets privati per i suoi top executives, ma non sembra però aver rinunciato, malgrado il giusto linciaggio mediatico, alla ristrutturazione degli uffici (sempre per i top) per USD 20 milioni. Alla faccia dei contribuenti americani, dei profughi di Wall Street e dei milioni di persone a cui è stata pignorata la casa.
Con questo curriculum ecco comparire la Citi Bank nel sito Una buona causa.it, in cui una ventina di ONLUSNGO (fra cui quelle citate in questo blog:  CCS Italia Intersos) cercano di rastrellare qualche spicciolo. Poi da chi arriva non ha importanza.
La schiera di fundraiser, che rispondono un pò piccati, a qualche critica sul web marketing delle organizzazioni no-profit (ONP), saranno sicuramente in grado di  collegare il curriculum della Citi Bank a “Vuoi rendere il mondo un posto migliore? Combattere i cambiamenti climatici? Migliorare il benessere degli animali? Combattere le malattie?”
Lo slogan straordinariamente definito di Una buona causa.it (shopping per un mondo migliore). Clara ed io pensiamo, sempre. di stare in un altro mondo.

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