Nepal: ex schiavi fregati

dalitIl 17 luglio 2000, il parlamento libera dal lavoro obbligato (schiavitù), a volte di generazioni, oltre 100.000 Kamaiya (solo 40.000 ufficialmente riconosciuti). “Mio padre, e suo padre prima di lui lavoravamo la terra del padrone, gli dovevamo molti soldi (Rs. 20.000- euro 200). Ci pagava circa Rs. 100 (1 euro) al giorno, qualcosa meno per le donne e i bambini. Tutto andava per mangiare, dormire e ripagare il debito” mi raccontava Patu Tharu, uno dei  bonded agricultural worker.
Siamo a Tinkune, fra tende di plastica, in uno spiazzo non distante dall’Assemblea Costituente, in una delle zone più trafficate di Kathmandu. Qui vivevano 300 famiglie, ogni tanto altre arrivano e partiva una dimostrazione, le più intense e quotidiane nel 2007. Le famiglie sono state scacciate sulle rive del Bagmati, oggi secco e pieno solo di spazzatura, continuano a vivere in capanne coperte di teli di plastica. Qui con nulla, Patu Tharu, chiede solo un pezzo di carta che lo autorizzi a possedere un pò di terra, lavorarla e avere da mangiare e qualcosa per far studiare i suoi figli. Non è molto ma dal 2000, governi, donatori, ONG non sono riusciti a darglielo e con lui ad altre decine di migliaia di ex-schiavi che, forse, stavano meglio con il loro padrone.
Hanno speso milioni di dollari senza mantenere quanto promesso, cioè il minimo vitale: 5 kattha di terra (600 mq), un po’ di legna per costruire una casa e Rs. 10.000 (euro 100). Tanti training, qualche libro, file di reports come hanno spesso denunciato i capi e gli avvocati delle organizzazioni delle comunità: Many NGOs and INGOs have also spent huge amounts in the name of Kamaiyas but have nothing much to show, The ministry and NGOs has spent most of the allocated money in the name of skill development training.
Pashupati Chaudhary è il presidente della Freed Kamaiyas Society e più volte ha dichiarato: Though Human right organizations and several NOGs and INGOs have been coming up with the support for Kamaiys, they are not satisfied to some NGOs misusing the issue of Kamaiyas and funding.
Meno di un terzo ha avuto qualche pezzo di terra, in molti casi lande desolate su cui era impossibile raccogliere qualcosa.
La loro storia era già cominciata male: le schiere di NGOs e donatori, che si erano gloriati per la loro liberazione (un evento naturale e già previsto con l’avvento della democrazia nel 1990), avevano diviso i Kamaiya in due liste in un caotico processo di riabilitazione. La maggior parte sono Tharu che abitano nei distretti sud-occidentali di Dang, Banke, Bardiya, Kailali, e Kanchanpur, Bardya ma cisono anche Dalit e migranti delle colline.
Da allora sembra, perché non vi sono (come per altri settori) statistiche attendibili, che 20,000 siano in attesa di ricevere qualche aiuto perché inseriti nelle liste, 10.000 sono in giro per il Nepal disperati (molti sono tornati con la coda fra le gambe dal vecchio padrone), 5000 hanno ricevuto terra insufficiente per sopravvivere, 4000 sono i fortunati che hanno un pezzo di terra e il prezioso certificato di proprietà. Altre migliaia di disperati sono forse migrati in India o raminghi per il Nepal.
Il Nuovo Nepal, è sempre diretto, fra le alte caste,  dai grandi proprietari  Yadav, da sempre, e ancor oggi, trasversalmente le elites dei partiti Madhesi, maoisti e del Congresso eletti nel Terai, continuano a promettere soluzioni e tenersi ben stretto il potere.
Migliaia di bambini continuano a lavorare come prima del 2000 in famiglie private come servi, in hotels, ristoranti, piccole fabbriche senza accesso all’educazione. L’ILO ha fondi (USD 600.000 nel 2008) per intervenire tramite il International Programme on the Elimination of Child Labour (IPEC) ma i risultati sono minimi a parte la celebrazione, in pompa magna, il 17 luglio, del Kamaiya Liberation Day.
Stessa storia per le bambine (kamalari), vendute\affittate durante il festival invernale del Maaghi, con un contratto di leasing d’importo variabile fra Rs. 4.000-6.000 (euro 40-60). Il contratto è per un anno e le bambine vanno a lavorare nelle case dei ricchi, nei tea-shops, nei ristoranti, nelle fabbriche di tappeti e pashmine, qualcuna sparisce nei bordelli dell’India.
I parenti spiantati mantengono il contatto con la bambina solo tramite il middleman e, normalmente, continuano ad affittarla per sopravvivere. Le storie sono sempre uguali, per la dote, per comprare attrezzi o sementi, per far studiare un figlio, per un monsone stanco si chiede un prestito di poche centinaia di euro. Se non si è in grado di restituirlo si affittano i figli o si vende la terra e la casa, il che è la fine. Un contadino salariato guadagna Rs. 150 (euro 1,5) al giorno che non gli consente di vivere.
Poi, appuntamento il 17 luglio, tutti con il vestito della festa, per andare ai parties dell’ ILO (International Labour Office) per celebrare la loro liberazione e, tanto che ci sono, a uno dei numerosi workshops sui diritti umani.
In Italia raccoglie soldi e dichiara di lavorare a favore dei Kamaiya l’ONLUS Action Aid.

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