Vita da bambini, in Nepal

In Cambogia è impressionante vedere tanti giovani, lì un’intera generazione che adesso sarebbe di mezza età è stata spazzata via dalla pazzia dei Khmer Rouge, ma in tanti paesi in via di sviluppo i giovani sono la maggioranza della popolazione. In Nepal su circa (si sta preparando un nuovo censimento, l’ultimo fatto un po’ raffazzonato è del 2001) 26 milioni di abitanti circa 10 sono ragazzi che vanno a scuola o cercano d’andarci. Nei villaggi delle colline, abbandonati da chi può lavorare in città o all’estero, sono l’elemento essenziale del paesaggio e dell’economia. Lavorano nei campi, vanno con le famiglie a fare mattoni a Bhaktapur, portano sulle spalle erba, legna e acqua su è giù per i sentieri. Lavano indumenti nei fiumi, giocano con pietre, pezzi di plastica arrotolati per fare un pallone, s’arrampicano sulle corriere per passare il tempo.

Le scuole sono essenziali, a volte catapecchie, noi ne abbiamo costruite 6 nell’area Thimal con il contributo della popolazione e sono costate (chiavi in mano) circa euro 18.000 l’una (5 classi, sala riunioni, servizi igienici, tanka per l’acqua, banchi e lavagne) . I materiali usati sono locali (terra, pietre) rafforzati da cemento, legno, tondini di ferro acquistati in città. Queste scuole s’integrano con il paesaggio, sono economiche e salubri (rispetto a quelle di cemento armato) e costano poco. Per gli abitanti dei villaggi è un incentivo a mandare i loro figli nelle strutture che hanno contribuito a costruire. Questa nota per segnalare a tutti i perplessi che finanziano associazioni varie quanto può costare una scuola in un paese povero.

Poi è chiaro che un associazione fa quello che vuole, spargendo sui costi reali della costruzione o del progetto, quello del personale (in Italia e all’estero) e allora quattro blocchi (classi) di cemento in un villaggio del Mozambico possono costare più di euro 50.000 (vedi progetto CCS Italia ONLUS) cioè quasi il reddito procapite annuo delle 130 famiglie dei bambini ospitati. Adesso, poi, è partita la carovana degli umanitari per Haiti ed ecco che si vuole costruire scuole anche lì con ProgettoMondo.Mlal, che ha tanti bei progetti su diritti umani, sviluppo sostenibile, rafforzamento delle capacità locali, formazione (in massima parte finanziati dal Ministero degli Esteri o UE cioè le nostre tasse), e via discorrendo,  fra cui spicca uno in Mozambico chiamato “Diritti in carcere”, i beneficiari teorici (Organizzazione di corsi per la realizzazione di orti e di allevamento di animali da cortile all’interno del carcere; Organizzazione di corsi di alfabetizzazione e di formazione professionale in sartoria, falegnameria e serramenteria all’interno del carcere, fra l’altro) sono 3.000 carcerati;  il costo del progetto euro 1.900.000, cioè euro 633 per ogni carcerato (reddito procapite annuo in Mozambico euro 654). Come stanziare in Italia euro 31.000 per fare qualche corso di riabilitazione ai detenuti, forse è meglio darglieli direttamente così mettono su un attività. Come sempre belle parole ma nessuna descrizione dettagliata dei costi sostenuti. Ma queste sono altre storie, le ha scritte bene  Linda Polman, L’industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra (Bruno Mondadori, 2009) di cui parleremo in un prossimo post.

Torniamo ai bambini del Nepal,su cui molti mi hanno scritto per conoscere la situazione: adottarli, sostenerli, come stanno, etc. Visitiamo le scuole dei villaggi dove gli insegnanti s’aggirano nelle classi dettando per gran parte della lezione a bambini chini sui banchi; il 90% degli insegnanti non parla inglese e una buona parte ha come madrelingua il dialetto locale. I più preparati  provengono dal Terai, e lì fuggono appena possono. Tanto, fra scioperi e feste , le scuole sono chiuse per più di 150 giorni all’anno. Gli insegnanti sono magari brava gente, qualcuno  ha aperto un negozietto nel villaggio, presta soldi. e che al 98% non parla inglese. I direttori sono in massima parte brahmini o chetri (le caste alte) e vivono nei villaggi come esiliati di “lusso”, sotto-considerando popolazione e bambini  locali. Conclusione non vi è grande interessamento per la qualità dell’insegnamento, tantè che molti esperti seri la considerano “one of the weakest in the world”.

Eppure gli investimenti dei donatori internazionali sono stati massicci dagli anni ’50 e hanno portato, se non altro, da 310 scuole primarie (1950) alle attuali 30.000 e un’alfabetizzazione di circa l’80%. Come sempre c’è chi si domanda se l’immenso flusso di denaro sia stato ben investito rispetto ai risultati, se le strutture siano sufficienti per  assicurare il diritto all’istruzione e concrete opportunità agli studenti. Basta un dato: su 100 bambini iscritti nelle scuole primarie solo il 24% finisce il ciclo di studi di cinque anni e circa il 10% non è mai andato a scuola. E questi numeri non tengono conto che i distretti scolastici forniscono dati esagerati sui bambini iscritti per beccarsi più finanziamenti e saziare l’ingorda burocrazia locale.

I programmi di formazione per gli insegnanti sono vecchi e non strutturati, i trainers sono selezionati in base ad amicizie con i funzionari locali, non ci sono programmi di supporto concreto alle famiglie (distribuzione di materiale scolastico, corsi di sostegno, etc.), si mettono biblioteche nelle scuole che nessuno usa, non ci sono controlli sull’assenteismo. Grandi progettoni, SSRP (Secondary Education Support Programme), BPEP (Basic and Primary Education Programme), Volontari per l’alfabetizzazione, Centri di Ricerca Locali (Resource Center), Teachers Education Projects sono implementati senza “follow up” come si dice in gergo, cioè spesi i soldi (in massima parte per la burocrazia nazionale ed internazionale) e chi s’è visto s’è visto.

Non sorprende che se il sistema scolastico è debole, specie nei villaggi, s’indebolisca l’intera struttura sociale e la protezione, controllo e sostegno all’infanzia. La migrazione ha frantumato famiglie, segato l’economia e la vita comunitaria. Risultato: bambini che scappano a Kathmandu per sfuggire dalla povertà, da famiglie numerose e incapaci di mantenerli, da patrigni sostitutivi e magari violenti; suggestionati dalla “metropoli” e dalle opportunità lì risedenti. Si calcolano in almeno 1500 i bambini di strada di Kathmandu che si sono organizzati in bande, fanno qualche furto, chiedono l’elemosina, sniffano colla. Oltre 200 ONG cercano di trattenerli nelle loro Home ma pochi ci rimangono. Qualche volta vanno lì a mangiare. Poco male le ONG raccolgono soldi lo stesso. Altri 5000 (meno suggestivi per raccogliere fondi) lavorano come domestici, inservienti nei negozi, portatori di tè, raccoglitori di carta o metalli. Magari qualcuno, oltre a portare il tè ai vari ministeri, sale anche negli uffici ovattati dell’ILO (International Labour Office). Ogni anno una decina di bambini (età 9-15 anni) spariscono nel nulla (solo quelli ufficialmente denunciati). AI confini con l’India centinaia sono impiegati nel contrabbando They carry goods on behalf of traders up to 30 km by bicycle. According to customs officials, state loses around Rs 80 in taxes if 10 kg of sugar is smuggled.

Se il paese soffre, i più deboli faticano ad essere protetti An investigation by international adoption law experts in November found documents were routinely falsified and children´s homes were largely unregulated, with the interests of the child often not considered at all. Scrive Republica (giornale Nepalese) il 4 febbraio, riproponendo i buchi del sistema delle adozioni internazionali, anche qui fonte di reddito per molti.

Un ex ragazzo di strada, Sushil Chetri, ha aperto un centro (Dream Home) che ospita una trentina di bambini a Kalimati (periferia sud-ovest di Kathmandu) e , sembra, che riesca a tenerli e farli studiare, contrariamente ad altre organizzazioni. Ha prodotto qualche documentario sui ragazzi di strada, con loro come attori e con questo cerca di finanziare percorsi che lui ha già provato.

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7 risposte a “Vita da bambini, in Nepal

  1. che si può fare?
    concretamente dico.
    fino a qualche anno fa mi sono occupata del controllo di scuole già costruite.
    credo che oramai tu abbia presente il mio amore per questo paese.
    vorrei impegnarmi attivamente.
    negli ultimi tempi sto cercando di trovare contatti diretti tra nepalesi che lavorano nel campo del trekking e italiani volenterosi di esperienze alternative ma non è sempre facile. Spesso c’è una sorta di diffidenza reciproca.
    impegnarsi attivamente, sul posto.
    Il lavoro mi permette dei periodi di spostamento in Asia anche lunghi ma il problema è che ultimamente non mi fido di molte ONG.

    Li ho visti con i miei occhi i bambini tirare la colla. ho anche delle foto….così come ho foto di strutture scolastiche al limite del termine “struttura”

    Rispetto al problema dell’educazione mi torna sempre in mente il mio amico Surya che fa le imboscate al fratellino piccolo sul fiume e lo trascina a scuola per un orecchio.
    sfortunatamente non tutti i bambini nepalesi hanno fratelli diligenti e speranzosi che sanno cosa può significare l’importanza di una buona istruzione.

  2. sonia io conosco un nepalese che ha un’agenzia di terkking. Cos’hai in mente?
    (io sono mamma adottiva di un figlio nepalese)

  3. per il momento sto creando link tra loro e gli italini. Anche io conosco due famiglie di nepalesi che hanno agenzie di trek, ma in questo periodo le cose non vanno benissimo. La Farnesina sconsiglia ultimanente. Io ridimensionerei molto la situazione. Vorrei, come sempre, tornare in Nepal e portare avanti qualcosa, qualcosa di concreto.

  4. Ciao Enrico
    oltre la Polman che ha scritto un bellissimo libro sui disastri della cooperazioen internazionale anch’io potrei aggiungere qualcosa per il lavoro svolto. In Mozambico ne ho visto di tutti i colori e proprio dalle organizzazioni che hai citato. Molte di queste scrivono abbiamo cotrsuito 10 scuole ma sono solo mucchi di cemento e mattoni, magari senza insegnanti, senza un qualche progetto integrato per migliorare l’educazione, senza libri per i bambini e via discorrendo.
    Io penso sempre di più che la colpa sia dei donatori (privati e istituzionali) che, in fondo, si liberano la coscienza e non controllano neanche un pò quello che viene fatto o malfatto. La Polman dice giustamente che non sempre buttare soldi verso i beneficiari porta a miglioramenti delle loro condizioni di vita anzi, e lei ne parla, le può peggiorare.

  5. E’ sorprendente come ci possa essere qualcuno che finanzi progetti generici e non li controlli. La Banca Mondiale ha dichiarato che solo il 2% dei progetti sono sottoposti a verifica. La Polman scrive, ma tutti lo sanno, che le spese maggiori sono per consulenti e personali, per birra ed aerei, che nei campi profughi i primi business che partono sono i ristoranti per gli espatriati. Un pasto quanto il salario mensile di un rifugiato. Penso che sia un pò come la politica (che del resto è collegata strettamente alla cooperazione internazionale) se nessuno andasse a votare magari tanti “salvatori della patria” si metterebbero in discussione, prima di essere cuccati con le mani nel sacco.

  6. Ciao Enrico
    sono in Mozambico per lavoro e leggo con stupore che 3 blocchi di una scuola sono stati venduti ai sostenitori di CCS Italia al prezzo di euro 50.000.
    Parlo con un costruttore locale, che purtroppo conosce bene l’Associazione di cui stiamo parlando e mi racconta:
    “Per quanto riguarda la costruzione di 3 sale, e’ una vergogna saranno costate al massimo 15000 dollari (euro 12.000). Il CCS lavora non in regola,non pagano la seguranza sociale non pagano iva non pagano le tasse le costruzioni le fanno in posti nascosti a Maputo non fanno niente li hanno gia beccati e hanno preso 4000 dollari di multa. Io ho tentato di denunciarli ma sai qui la corruzione e esagerata. I funzionari locali del CCS si comprano case, macchine come quelli di Beira e i sldi sono finiti per fare i progetti”.
    Ti volevo tenere informato, ma più che te i sostenitori di CCS Italia.

  7. Ciao Giorgio
    ne riparleremo. Come avrai letto uno dei loro testimonials (San Bertolaso) è già stato indagato, non si sa mai.

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