Megalopoli

S’è aperta a Thamel una mostra fotografica “All Falls Down”. Il titolo è un po’ pessimistico, ma così vede gli ultimi 20 anni di cambiamenti accaduti a Kathmandu, Yanik Shestra, giovane fotografo nepalese (la foto è la sua). Lui era un ragazzo quando la città era un grande e affascinante villaggio, prima che diventasse una giungla di costruzioni, con gli angoli più belli dormienti e soffocati. Yanik ricorda con tristezza ( e da qui il titolo) luoghi e modi di vivere scomparsi. Spera che qualcosa si metta in moto per rendere più vivibile la sua città. Oggi grandi progetti (si parla addirittura di una metropolitana), allargamenti di strade, chiusura al traffico, ma tutto underway e Kathmandu è sempre più incasinata. Anche la Valle è diventata una megalopoli con oltre 4 milioni d’abitanti stimati.

Troviamo conferma nell’ultimo rapporto delle NUState of the World’s Cities 2012/2013″, Kathmandu è negli ultimi posti (60° su 95 città) come vivibilità e prospettive per suoi abitanti. Sotto troviamo Monrovia (Liberia), Conakri (Guinea) , Addis Ababa, Harare, La Paz, Dhaka; subito sopra New Dheli, Yaoundè, Phnom Penh. Milano è poco meglio di Varsavia ma peggio di Bruxelles. In testa alla classifica Vienna e NewYork. Chiaro che queste graduatorie sono da prendere con le pinze, ma danno delle indicazioni basate sulle condizioni dei trasporti, della vivibilità, delle infrastrutture, ambiente e dello sviluppo economico e culturale.

E’, comunque, interessante l’analisi sulle principali città, megalopoli estese e riempite di gente che cerca opportunità e prosperità, abbandonando le campagne. Nell’ultimo secolo, la percentuale di popolazione che vive nei centri urbani è passata dal 20% nei paesi meno sviluppati il 5%) a, oltre il 50% e si prevede che, ben presto, di raggiungerà il 70%. Incrementi straordinari, proprio, nei paesi più poveri (in Europa il movimento verso le aree urbane è stagnante, +0,67). La gente che si è spostata verso le megalopoli dell’Asia (Dhaka, New Dheli, Mumbai, Karachi) e dell’Africa (Kinshasa, Lagos) è quanto l’intera popolazione dell’Europa. Opportunità che questi migranti spesso non trovano, gli slums, ormai diventati vere e propri quartieri stabili, raccolgono il 62% della popolazione urbana nell’Africa sub- sahariana e il 30% in Asia.

L’ aumento di popolazione urbana non è stato seguito da un miglioramento delle strutture (accesso all’acqua, strade, telefoni, elettricità, etc.) e solo alcune città africane ed asiatiche sono considerate, nel rapporto, con“solid prosperity factors” per i loro abitanti. In Africa, delle 20 città analizzate, solo Cape Town, Johannesburg, Cairo e Casablanca; in Asia: Amman, Bangkok, Yerevan, Jakarta, Manila, Hanoi e Pechino. Chi ha investito in infrastrutture nelle nuove megalopoli ha ottenuto buoni risultati dal punto di vista dell’incremento del PIL nazionale e pro-capite: high speed train a Shangai, in Malesia il Kuala Lampur cooridor, i trasporti urbani a Nairobi per connettere aree immense e distanti dal centro. La Cina ha investito in infrastrutture mediamente il 10% del PIL, l’India il 5,6%. Nelle megalopoli dell’Africa, le carenze di strutture (acqua, sistema fognario (disponibile al 80% della popolazione, elettricità (69%), linee telefoniche, internet, 7%) ha frenato la crescita economica riscontrata in altre aree. Per certi versi lo stesso è stato a Kathmandu.

Tante informazioni saltano fuori dal Rapporto come il record di Amman che ha parchi che coprono il 12% dell’area urbana (percentuale fra le più alte del mondo). I differenti indici (tutti poi concentrati nel (CPI-City Prosperity Index) permettono, poi, di valutare le differente condizioni delle città, per esempio è Stoccolma quella con la migliore qualità di vita e Londra, Zurigo quelle con le migliori infrastrutture. Kathmandu è migliore, come qualità di vita, di altre città (Casablanca, Phnom Penh, Nairobi) che la precedono come Indice totale. Insomma è una lettura interessante e utile per continuare a vedere come si muove il mondo.

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