Triste Losar

Non è un bel Losar per I tibetani di Boudha, del Tibet e della diaspora. Proprio all’inizio della festa un ragazzo di 20 anni, Thundup Dobhen, s’è auto immolato sotto il grande stupa bianco e, oggi è morto. La sua foto ci dà il volto di un ragazzo normale, con gli occhiali. E’ il centesimo tibetano che si dà fuoco per protestare contro il Tibet occupato, l’ottantaquattresimo che perde la vita; il primo in Nepal.

A Boudha sono tutti sorpresi, immobilizzati da questa morte. Le feste famigliari e pubbliche, già ridotte per le immolazione passate, sono diventate ancor più essenziali. Grandi preghiere sotto le bandiere colorate che inviano, costantemente al cielo, i mantra di buon auspicio.

Nei giorni precedenti avevano festeggiato a Kathmandu, il Sonam Losar i Tamang, con fanfare e danze e gli Sherpa, tutti popoli d’origine e cultura tibetana (il Tamu Losar dei Gurung cade a dicembre). Il capodanno che segue l’anno cinese, segna l’inizio della primavera. Siamo nell’anno del serpente d’acqua considerato di transizione, riflessione e pianificazione.

Lunedì, 11 febbraio, quest`anno coincide con il primo giorno del primo mese (Choi Drul) del Lho (anno) Sar (nuovo) nel calendario Astronomico. Sara` quindi Lhosar, il Capodanno della Grande Nazione Tibetana (enorme anche nell`estensione geografica). Si entra` nel 2140esimo anno dalla fondazione della prima dinastia e del primo Regno Tibetano riconosciuto; e` Nyatrim – Tsampo l`artefice, primo monarca e guida politica (Tsampo, appunto, Re). Con la Valle dello Yarlung nel suo periodo di massima Potenza e, come sempre accade, di politica espansionistica. Ora la zona di Tsedang , piu` o meno corrispondente all`antico stato, è un area desertica,( come tutto l`Altopiano), e militarizzata, assai poco gradevolmente ospitale.

Le celebrazioni si protrarranno fino al tredici del nostro febbraio, ma non ci saranno manifestazioni, se non quelle strettamente ufficiali, magari anche con burrascose contestazioni. Il cordone di sicurezza attorno alle sedi diplomatiche Cinesi è già allertato. Troppo duro e drammatico l`ultimo anno, il martirio di un centinaio di persone, immolatisi tra le fiamme; imprecisati arresti di oppositori, difficile tenerne la contabilità. Motivo e` richiamare l`attenzione al problema politico ed etnico Cino-Tibetano ormai sessantennale.

Era il 10 marzo del 1959 quando l`esercito Cinese, rompendo ogni indugio od accordo, dal decennale presidio di Lhasa invadeva tutta la Regione, dando vita a una delle tante irrisolte tragedie del Novecento con una repressione spietata e crudele. Saranno poi le Guardie Rosse Maoiste, nel loro delirio di cambiamento, ad affiancare e terminare tale squassante operazione di pulizia cultural. Rimuovendo e affogando nel sangue quella che era comunque, non dimentichiamolo, una Teocrazia.

Amo la Regione Autonoma del Tibet, ho bellissimi ricordi della Lhasa poco piu` di un villaggio quando ci capitai la prima volta alla fine degli anni ottanta. Allora il massiccio del Potala si stagliava sulla collina ed era visibile da lontano. Lungo la strada che dal Ghongar Airport porta fino in città, costeggiando il Bramaputra River. Talvolta si ciacola con qualche mio coetaneo tibetano allora bambino. Le nuove generazioni hanno, purtroppo in parte, rimossola loro storia, altro crimine da imputare all`occupazione.

Toccanti i racconti di Lapka, una mia cognoscente, sulla sua fuga, allora bambina, dalla Valle di Kirong. Verso il Nepal. Attraverso i passi alti della Catena del Langtang, oppure percorrendo i sentieri tortuosi più a valle. Fino ai distretti di Nuwakot o Rassuwa. Molti sono rimasti a ridosso delle montagne, ricostruendo le loro mandrie di Yak. Altri sono giunti fino alla Valle di Kathmandu, prendendo nuova forza dall`istinto di sopravvivenza e diventando spesso abili imprenditori. Per tutti comunque è dolorosa l`impossibilità di un ritorno nella loro terra, anche temporaneo.

Sono stati i nepalesi d’origine tibetana ( gli Sherpa,i Tamang, i Mananghi,i Gurung …etc) e non i Tibetani della diaspora a far da cornice festosa a questo che, rimane un triste Lhosar. (Gianni Ara)

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