Nepal, terremoto: si inizia a pensare e a lavorare per la ricostruzione

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La gente comune , i grandi protagonisti di questa emergenza, sta iniziando lentamente a ricostruire dove e come è possibile. A Patan, nei villaggi e anche a Kathmandu, con le comunità (organizzate in club, associazioni, piccole ONG locali, i monasteri buddhisti). Le due grandi istituzioni nepalesi: governo e, specie, Nazioni Unite (oltre 5000 persone con budget milionari) sono state poco reattive nella prima fase post- terremoto.o come scrivono molti gravemente“inadequate” , anche perché colpevolmente impreparate al disastro.
I fantastici aerei a decollo verticale Osprey non sono adatti; hanno portato qualche quintale di vivere nei distretti ma hanno distrutto anche qualche altra casa a Charikot (Dolakha), sono arrivati nuovi elicotteri dalla Cina
Pur ancora nell’emergenza alimentare, abitativa e sanitaria a Kathmandu e nei villaggi (vedi quakemap.org/reports) si stanno mettendo a punto piani per la ricostruzione, si valutano i danni specie, come scritto in atro post, urbanistici. Purtroppo il numero dei morti continua a salire ed è arrivato quasi a 8.000.
Dei 16 immensi e bruttissimi palazzoni costruiti nell’ultimo decennio intorno alla vecchia Kathmandu, alti 15 piani (Park View Horizon apartment a Dhapasi, BhatBatheni, Oriental, e altri per i quali è sempre stato misterioso come potessero funzionare gli ascensori nella costante mancanza di energia) 11 sono stati dichiarati “unsafe”, cioè necessitano importanti lavori di restauro. In tutto sono ospitate oltre 4.000 famiglie. Positivo che siano rimasti in piedi. Fra i palazzi “unsafe” anche il Sheetal Niwas, del presidente della repubblica.
Un bell’editoriale sul giornale Republica (nepalese) inizia a dipingere il quadro della ricostruzione che, sarà lunga e complicata, se la classe politica nepalese impelagata in 10 anni di discorsi per redigere, senza successo la nuova costituzione) non si darà una mossa. Bisogna almeno creare un quadro normativo che funzioni (autorità per la ricostruzione, elezioni enti locali, trasparenza, etc.).Il disastro potrebbe essere un occasione, spera e mi dice Ram Ghimire, grande critico del sistema politico.
Servono denari pari al 50% del PIL nepalese cioè fra i 6 e i 10 miliardi di dollari. Ma scrive sul giornale “chiedere soldi è solo metà dell’impegno. La burocrazia governativa è notoriamente inefficiente e corrotta. Che garanzia c’è che i fondi inviati da tante persone e istituzioni siano usati correttamente? Anche i grandi donatori devono dimostrare che, come spesso accade, il 60-70% dei fondi non siano rimpatriati come spese di consulenza e gestione. Tutte le spese destinate alle vittime del terremoto dovrebbero andare sotto la supervisione di un auditor indipendente, da governo e donatori istituzionali.
2/3 delle costruzione nei 15 distretti maggiormente colpiti sono danneggiate. Ciò include circa 5.000 scuole e molti centri sanitari. La priorità immediata è il sostegno a chi ha perso tutto: cioè gli abitanti delle oltre 200.000 case completamente distrutte. Il monsone è vicino e non solo aggiungerà vulnerabilità alle costruzione danneggiate ma renderà complicata la situazione in quei distretti, già duramente colpiti, come Sindhupalchok, Dolakha, Kavre già normalmente sottoposti a frane e inondazioni.
Il governo non potrà fare tutto da solo, per questo lo spirito di solidarietà visto oggi, dovrà mantenersi per anni a venire. Come mitigare i rischi del monsone? Come sostenere l’impegno e l’entusiasmo di tante persone impegnate nei soccorsi e nella ricostruzione? Non ci sono facili risposte. Ma forse possiamo partire sollevando le giuste questioni.”

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