Nepal, terremoto: vita in tenda

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Arrivano, guardano e se ne vanno dicono tanti abitanti di Sankhu delle varie ONG, anche di una italiana. 150 persone sono morte in questa antica cittadina newari, distante mezzora di macchina dal centro di Kathmandu. Case antiche e nuove distrutte e, forse ancora qualche cadavere sotto le macerie. La cittadina ricevette grande attenzione nella settimana che seguì il primo terremoto,poi raccontano gli abitanti in massima parte Shestra (mercanti) e Dangol (contadini newari) gli aiuti sono scemati. Tanti di quelli che sono arrivati per fotografare e farsi fotografare sono spariti.
Vecchi, bambini e qualche giovane sono tutti nello Shalaku Tole, il vecchio centro a farsi coraggio. I più ricchi hanno preso le tende ai coreani e ai giapponesi per gli altri qualche telone di plastica. Solo alcuni canadesi sono ancora presenti nella cittadina. Qualcuno sale all’antica pagoda di Vajrayogini, a mettere a posto i mattoni caduti. Ci sono migliaia di persone che vivono nelle tende, racconta Suresh mentre collabora ad organizzare la cucina comunitaria, gestita dalla popolazione (vedi foto).
Questo è uno dei rischi che dopo tante parole, proclami e commozione la situazione di queste persone scompaia su piani lontani. Il Nepal ha bisogno di un lavoro lungo che non può agganciarsi solo all’emozione e alla visibilità della tragedia.
A Kathmandu sono operativi 16 campi per raccogliere i senza casa, ognuno ha un suo responsabile con tanto di numero di telefono. Altra gente dorme un po’ dappertutto. Vicino a Boudha (circa 300 persone) sono arrivati i Tamang e gli sherpa dell’alto Sindhupalchowk (dai villaggi di Tatopani, Bhumachaur e altri), donne vecchi e bambini un po’ spaesati fra la gente di città, portati qui in elicottero dopo il secondo terremoto. Sperano di rimanere lì pochi mesi e tornare al villaggio, finito il monsone, per iniziare a ricostruirsi una casa, riprendere a portare i bufali al pascolo e a coltivare mais e patate. Se la passano meglio dei cittadini, per i quali la vita nei campi sta diventando un incubo. Del resto gli affitti, delle case abitabili, sono saliti del 40% in presenza di una fortissima domanda.
Il governo ha preso alcune misure: Nrs 15.000 (circa euro 160) per ogni famiglia per comprare il necessario per ripararsi durante il monsone; le persone dei villaggi a rischio (frane e inondazioni) saranno trasferite in posti sicuri; divieto di costruire case alte più di due piani; ministri nei distretti e parlamentari nei collegi elettorali per coordinare gli aiuti e segnalare problemi ed evitare, come è accaduto, che gli aiuti fossero concentrati nelle zone più facilmente raggiungibili; l’esercito sarà mantenuto in stato d’allerta per continuare negli interventi di soccorso e di pulizia di strade e detriti. Rimangono isolati, per frane e piogge, 17 villaggi nel distretto di Dolhaka.
Nella prima giornata senza scosse, a Kavre in alcuni villaggi sono riprese le scuole (nelle tende), nel Dolpo che non ha avuto problemi, invece, le scuole sono state chiuse per l’annuale raccolta dello Yarchagumba.

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2 risposte a “Nepal, terremoto: vita in tenda

  1. Nepal is likely to experience a moderately dry monsoon season this year. The monsoon clouds that enter Nepal from the eastern corner of the country and gradually spread westward will yield below normal rainfall, according to weather experts.

    The prediction of below-normal rainfall was disclosed by international weather experts during the recently-held South Asian Climate Outlook Forum (SASCOF) in Dhaka, Bangladesh.

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