Kathmandu: smart city

Thapathali, Teku erano i quartieri che chiudevano a sud la vecchia Kathmandu; c’erano templi antichi e dilapidati sulle rive del sacro fiume Bagmati. Già decenni orsono era un area abbandonata malgrado fosse d’interesse storico, artistico e religioso. Negli ultimi 20 anni, come in altri 60 insediamenti lungo i fiumi (Bagmati, , Bishnumati, Manahara) che attraversano la Valle, sono comparse le baraccopoli costruite da oltre 50.000 nepalesi fuggiti dai villaggi delle colline o del Terai per paura della guerra, mancanza di terra, cercare fortuna. Come nell’antichità gli insediamenti sono nati dove c’era acqua per lavare e per cucinare anche se imbevibile.

Due anni fa raccontai, l’allontanamento dei senza tetto dal lungo fiume ,  sulla strada che va a Patan. Purtroppo, in tante parti di Kathmandu, ci troviamo le tendopoli dei terremotati che, speriamo, non diventino definitive e che, fra qualche anno non ci toccherà riscrivere:

Scene tristi sul fiume secco e sporco, circa 300 baracche sono state demolite, le cianfrusaglie dei poveretti schiacciati dai bulldozer (comprati con i soldi dell’assistenza internazionale), bambini e donne piangenti, stracci dappertutto e giovani incazzati che si picchiavano e tiravano pietre alla polizia: 12 feriti e una trentina d’arrestati. Lì nella curva del fiume vivevano 2000 persone da oltre 10 anni, i bambini andavano a scuola, qualche fortunato genitore a labvorare, le donne cucinavano sui fornelletti a gas o cherosene, erano certi di rimanere.

La baraccopoli è’ chiamata UN Park, perché sulla strada che porta ai lussuosi compound degli uffici e delle case dei burocrati internazionali. Tutti i giorni passavano da lì nelle belle jeep bianche e vedevano le baracche, i poveracci accovvacciati per terra che accendevano fuochi con qualche pezzo di legna, i bambini che uscivano dai teli, vestiti con stracciate divise scolastiche e se ne sono impippati. Unico segno d’attenzione un bel report patinato dell’Unicef (sugli urban children) e della World Bank che racconta la caotica urbanizzazione. Entrambi i rapporti suggeriscono i rimedi, senza aver fatto niente per controllare e limitare i problemi. Anche a Teku, l’unico intervento strutturato, è stato quello della polizia. Donatori e governi hanno lasciato che, per 20 anni, i problemi crescessero, non si è fatto niente per creare le condizioni perché questa gente rimanesse nei villaggi, non si è intervenuto per risanare o creare abitazioni civili.
Nel frattempo, il governo di allora guidato dal maoista Bhattarai  inizia a  creare la  “shining Kathmandu” con strade larghe, centri commerciali, fioriere, giardini. Scrissi allora: Tutta la spazzatura, umana e materiale doveva essere rimossa e in fretta. Lo stesso è accaduto lungo tutte le principali vie di comunicazione verso Dhulikel e a Tankot verso Pokhara, il Terai: Kalanki-Rabhi bhawan section, Maitighar e Tinkune. Solo nelle aree centrali di Kathmandu, Baneshwor e Lazimpath, dove vivono i più benestanti, l’abbattimento è stato limitato e lento.

Oggi molte di quelle strade sono ancora in costruzione, piene di fango, acqua per il monsone è di detriti del terremoto. Le tendopoli spazzate via dei baraccati, sono state sostituite dalle tende dei terremotati. La città dovrà faticare per riprendersi.

La ricostruzione potrebbe facilitare la ristrutturazione urbanistica  di Kathmandu, una delle città più scassate e caotiche del mondo (an he prima del terremoto), chiusa in una Valle e con un urbanizzazione velocissima, nel 1971 solo il 4% della popolazione viveva nelle città, oggi si supera il 15% ;spostamento che è avvenuto in alcune città del Terai( Birgunj, Nepalganj) ma principalmente nella piccola e urbanisticamente medioevale Valle di Kathmandu. Si è anche parlato di spostare la capitale amministrativa del paese nel Terai a Chitwan, per decongestionare la Valle. Nella foto l’espansione delle costruzioni e, parte delle poche aree bianche, sono quelle diventate slums o costruite.

Tutti questi movimenti di gente hanno provocato una bolla speculativa che ha portato gli affitti delle abitazioni più sfigate a oltre Nrs. 6000 mensili, cioè la metà del reddito di un nepalese fortunato. Acquistare una casa, anche nei nuovi casermoni della periferia, non costa meno di 300 euro al mq, con tassi dei mutui che superano il 10%. Risaie, campi di mostarda, foreste di bambù e yarcanda sono stati spianati e riempiti con blocchi di cemento. I templi, pagode, stupa che hanno resistito durante questa corsa ventennale alla costruzione sono, ora, schiacciati, nascosti, spaventati dalle brutture che gli sono comparse . Purtroppo, oggi, alcuni sono scomparsi e gli affitti sono aumentati ancora.

 

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5 risposte a “Kathmandu: smart city

  1. Il Primo ministro Bhattarai, con un bel gesto, si è recato fra gli squatters di Teku, promettendo una loro sistemazione nell’area di Chobar, dove è inattiva una delle prime fabbriche di cemto del Nepal. Ha, infine , chiesto alla gente di “not to believe the false words of NGOs and INGOs,” relativamente alla proprietà dei terreni su cui vivevano.

  2. Ciao Enrico,
    il tuo lavoro sul blog è sempre ricco di notizie e punti di vista, è il mio sguardo sul Nepal dall’Italia, grazie! a proposito degli sgomberi, sta girando sul web quest’appello
    http://www.humanrights.asia/news/urgent-appeals/AHRC-UAU-016-2012
    che riferisce anche del lavoro di Lumanti NGO, ma immagino che in questo periodo di bhanda e forte instabilità i politici nepalesi abbiano altro a cui pensare rispetto ai sukhumbasi

  3. Hanno mollato circa nrs.15.000 agli squatters registrati. La promessa di un trasferimento a Chobar sembra dimenticata anche perché li c’e solo una fabbrica dismessa di cemento.
    Il problema e’ che tanti sfrattati non sono registrati, non hanno documenti d’identità e non possono essere gestiti, anche volendo.
    Poi, con il governo sfiduciato e prossimo allo scioglimento, dei poveracci chi se ne importa.

  4. A proposito di makeup di Kathmandu e di fabbriche dismesse, ho letto dei bambini nelle fabbriche di mattoni e visto i video di Sagarmatha TV, quelle sì che sono un pugno sullo stomaco però sembrano sfornare a pieno regime….come la mettiamo con il piano di sviluppo della città, basta lasciarle in periferia?

  5. Intorno a Bakthpaur e lungo la strada che porta a Dhulikel è pieno di fabbriche di mattoni. Altissime ciminiere che inquinano la Valle e dove vi lavorano le famiglie contadine Tamang (donne, uomini e bambini) quando non è tempo di semina o di raccolti, cioè d’inverno. L’idea era quella di sostituire i mattoni d’argilla cotti con un impasto di cemento, argilla e sabbia fatto a mano con una specie di pressa già usata in Africa. Il costo era simile, il lavoro poteva essere fatto nei villaggi ed era meno usurante che l’attuale. Poteva essere un iniziativa interessante. Chiedere a quelli del CCS che ne hanno fatto. Preferiscono portare una freakketona americana nei villaggi a parlare di Martin Luther King o a finanziare il Giorno della Salute. Buonanotte alla cooperazione.
    Kathmandu, finchè ci saranno i soldi, vedrà sbancamenti, rimozioni di persone, allargamento di strade al solo scopo di fare in modo che le macchine circolino. E’ ormai troppo tardi per un piano urbanitico sensato, per costruzioni non improvvisate, brutte e pericolose, per salvare stupa e pagode di quella che era, a ragione, chiamata la Firenze dell’Asia. Anche qui buonanotte all’UNesco e a tutti i soldi che hanno buttano nella spazzatura.

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