Nepal, villaggi dimenticati

Kavre, Timal distribuzione onduline zincate

Spero che non sia così per il resto dei distretti ma a Kavre, sulle colline del Timal, non c’è nessuno ad aiutare la popolazione.
Passata l’emergenza quando tutti, governo gente normale organizzazioni umanitarie, più o meno, si sono mosse, adesso sembra tutto fermo.
Lì nelle colline, a dire il vero, racconta Dane, un ragazzo tamang, che lavora da anni per la ONG del Timal (Sahakaria Ra Bikas) e racconta che, a parte, qualche squadra dell’esercito non si è  visto nessuno delle tante organizzazioni umanitarie internazionali. Lo stato ha dato 15.000 rupie (circa 120 euro) alle famiglie per le prime necessità. Poi basta. Tutte le case sono segnate con il bollino rosso, cioè non agibili e la gente ha bisogno di jasta (onduline zincate) per crearsi degli alloggi di fortuna. Poi gli Ingegneri del governo diranno se saranno da buttar giù o ristrutturabili. Per qualche anno, pensa, si vivrà negli alloggi di fortuna fatti di lamiere, bambù e terra. Servono tanti soldi, solo, per ristrutturare (almeno 5.000 euro) e nessuno li ha.
Solo a Sarsyurkharka,  uno dei villaggi de progetto, è arrivata una ONG italiana che ha distribuito un centinaio di teloni, utili solo per coprire il mais. Adesso che piove non servono a niente.
Chissà quanti soldi hanno raccolto per fare questa operazione, quanti “esperti” sono arrivati in Nepal e quanto hanno speso per trasportare fino  li i teloni (costo complessivo euro 1000) e dire e pubblicare che sono attivi.
Chi è realmente intervenuto, continua, sono stati tanti volontari nepalesi che hanno raccolto fondi in giro e hanno portato cibo e qualche onduline.  Poi noi che le stiamo distribuendo, dice Dhane.
Dhane mi dice che le ONG internazionali si dividono in tre grandi categorie: quelle piccolissime, gestite magari da una persona, che volendo vivere o venire spesso in Nepal si crea il suo microprogetto. Spesso sono fregati da nepalesi senza scrupoli, altre volte la cosa finisce in poco tempo, in altri casi è inutile (per esempio mettere su una scuola dove già esistono quelle pubbliche)  ma almeno non crea danni.
Poi ci sono le medie NGO che hanno il problema della visibilità per reggere sul mercato e raccogliere soldi. Queste fanno poco o niente ma sfornano reports, impegni, audit ad uso e consumo dei donatori. Si concentrano nei posti più comodi e visibili e, spesso, creano aspettative   nei beneficiari, irrealizzabili, duplicano interventi già in atto da altri, s’arrabattano per far vedere che esistono con progetti estranei alle esigenze dei beneficiari e che,  quindi, non funzionano.
Infine ci sono le multinazionali dell’industria dell’assistenza che godono del fortissimo marketing per cui spendono il 30% (almeno) di quello che ricevono dai donatori. Questo li aiuta a raccogliere fondi nelle emergenze e non li obbliga a dimostrare che stanno facendo qualcosa. A loro basta scrivere report e moltiplicare così i loro interventi (cose del resto dettagliate con cifre ed esempi in vedi analisi). Essere presenti nei vari cluster in cui si discute cosa fare, pubblicare qualche generico allarme  sulla stampa internazionale.
Per tutti basta essere visibili, andare in posti comodi e non troppo distanti quindi,  dalla capitale. Un discorso che può apparire generico ma sostenuto dai dati del rapporto citato. Dico a Dhane che se tanti soldi sono spesi, magari a casaccio, qualcuno comunque ne beneficia e, forse, nel mucchio qualcosa di utile salta fuori.
Il Timal purtroppo è distante 5 ore di jeep, su strade sterrate e malandate e, in molti casi, bisogna pure camminare.
Per questo qui ci arrivano solo gli ex abitanti trasformati in volontari e qualche organizzazione locale, come quella di Dhane.
Ora, con il monsone, tanti villaggi nei distretti terremotati iniziano ad essere irraggiungibili. Come ogni anno crollano ponti e strade.
Loro non stanno negli uffici di Kathmandu o all ‘Hotel Manaslu (10 esperti di MSF) attaccati ai computers, come gli operatori umanitari. Per loro quelli dei villaggi non sono astratti beneficiari da spendere in un report ma la loro gente.
Per cui vi invito seguire il loro lavoro concreto e ad aiutarli.Qui la pagina Facebook :https://facebook.com/profile.php?id=1053738574643996

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Una risposta a “Nepal, villaggi dimenticati

  1. Today Snea Pandey in Republica:The road to hell, apparently, is paved with good intentions. Volunteering (if not done carefully and thoughtfully) might as well be another brick that paves that road. In the aftermath of the Haitian earthquake, international volunteers (most of whom were well meaning) took over the rehabilitation and didn’t let the country bounce back on its own terms. They ignored the cultural, social and economical aspects of Haiti as they imposed their own ideas and ideals. As a result, not only did they strip the country of its authenticity but also made the natives reliant on donors.

    They might have given the natives fish but neglected to teach them how to catch the fish in the first place. Often, projects were heavily funded but abandoned in the middle after it failed to show results. Today, five years on, Haiti still struggles and Haitians are still looking up to donors.
    – See more at: http://www.myrepublica.com/opinion/item/22959-disaster-tourism.html#sthash.KiGsoVIE.4Gd6P1M2.dpuf

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