Nepal, cosa succede

Terai, scuola per strada contro gli scioperi

Quaranta morti, coprifuoco in molte città del Terai, scontri fra polizia e dimostranti continui; mezzo paese bloccato per i chakra bhanda, gli scioperi a cui a tutti i veicoli è proibito circolare. A Kathmandu, più calma, si susseguono manifestazioni (per lo più pacifiche) per chiedere modifiche alla proposta di nuova costituzione (qui) , in discussione da quasi 10 anni. Il rischio del caos proprio quando ci sarebbe da ricostruire dopo il terremoto.

La questione più grave e quella che genera la rivolta nel Terai è la divisione in stati federali. Contro la proposta s’è scatenata una violenta protesta che, come un onda, si muove da ovest a est. Dalla pianura passano i rifornimenti per la capitale e le colline che spesso sono bloccati o scortati dall’esercito.

In questi ultimi giorni gli scontri sono violenti nei distretti centro orientale di Mahottari, Danusha, Sunsari e nelle città di Bara, Janakpur e Biratnagar. In molti distretti è intervenuto l’esercito e vi è il coprifuoco.

Ci sono stati casi di barbarie, come ieri a Jaleshwor (distretti di Mahottari) dove un poliziotto è stato fatto scendere da un ambulanza e linciato; è di adesso la notizia che quattro manifestanti sono stati uccisi dalla polizia. Casi come quelli accaduti il 24 agosto a Kailali dove giovani inferociti hanno ucciso 8 poliziotti, di cui uno arso vivo. Il ground zero nepalese, come lo ha definito la stampa locale.Barbarie e violenze mai viste, neanche negli anni sanguinosi del conflitto civile.

Gli agitati sono in massima parte giovani dei partiti locali Madhesi Morcha, del Limbuwan, dei gruppi Tharu che raccolgono le etnie del Terai; ma sono in ballo anche i leader nazionali dei tre partiti Madhesi che urlano alla rivoluzione etnica, come è successo proprio a Kailali. Questi hanno perso le ultime elezioni e vogliono guadagnare terreno e potere, esagerando conflitti etnici mai esistiti nella storia nepalese. Nei disordini s’infilano ex maoisti marginalizzati, giovani disperati e senza prospettive. La stessa tipologia di persone che alimentò la decennale guerriglia maoista (1996-2006).

La violenza dei manifestanti aumenta quella della polizia; la violenza di un gruppo etnico favorisce la reazione altrettanto violenta di un altro.

Come nella guerra civile maoista si contesta violentemente l’accentramento di risorse nella capitale, la classe dirigente composta da alte caste delle colline (Pahadi), la povertà storica dei distretti periferici, da sempre abbandonati a cui s’aggiunge la miccia della divisione federale proposta.

Nel lungo e per ora infruttuoso dibattito sulla nuova costituzione si è passati da una divisione federale in 14, 8, 6, 7 province. Ogni volta sono successi casini: i Tharu la volevano più grande, quelli di Janakphur chiedevano altri territori, i Limbu dell’est (anche loro in agitazione) la volevano più piccola e solo loro. Insomma un casino in cui soffiavano sul fuoco i soliti politici da strapazzo che già prevedevano la divisione di voti, potere e soldi e ognuno voleva quella più favorevole al proprio partito. La cosa curiosa è che nessuno parla dei poteri, delle competenze di queste nuove entità.

La gente normale subisce; i bambini non vanno a scuola e, in alcuni casi, per protesta fanno lezione in strada vedi foto); muoversi da sud è diventato impossibile; il coprifuoco rende la vita difficile.

Aumenta il rischio di gravi conflitti interetnici e del senso di disfacimento dello stato e del controllo sociale. Una spirale pericolosa. Oggi da Jumla, Nepal centro occidentale, fra le colline, un amico mi ha mandato una foto che non pubblico per tristezza, di un gruppo di bambini stracciati che brandivano bastoni. Sembrava una scena dei peggiori momenti africani.

Poi ci sono le manifestazioni continue e, per fortuna pacifiche, che settimanalmente bloccano la capitale. Da una parte chi vuole uno stato Hindu, dall’altra chi lo vuole laico. Le donne che, giustamente, chiedono che la cittadinanza sia possibile anche con la registrazione delle nascita da parte di madre e non solo con un parente maschio come adesso. I poveri Dalit (gli ex intoccabili) che chiedono riconoscimenti e quote. E’ chiaro che, in un paese con oltre 50 etnie e caste se si spezza la solidarietà nazionale è la fine.

I quattro partiti che appoggiano il governo di Koirala e stanno lavorando sulla costituzione sono diventati tre. Il principale partito dei Madeshi (che rappresenta il sud del Nepal) si è ritirato dalle discussioni. Un altro indebolimento della capacità dello stato di gestire la crisi.

Il Nepal ha sempre resistito, non si sa come, Certo, il Nepal è un paese che negli ultimi 20 anni ne ha passate di tutte. Un laboratorio di casini. La guerriglia maoista (unici al mondo), la strage di un intera famiglia reale, la dittatura monarchica, la proclamazione della Repubblica,  il varo (ancora incompiuto) di una nuova costituzione, e infine, il terremoto. Insomma, non si è fatto mancare niente. In un contesto economico generale non certo brillante. Con questo pregresso è sorprendente che il paese sia cresciuto e abbia retto, socialmente e politicamente. È un pò come la Kathmandu terremotata, in cui i danni non si vedono quasi, sparsi fra costruzioni e strade già, originariamente, dissestate.

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2 risposte a “Nepal, cosa succede

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