2015, l’anno dei poveracci.

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Anno pessimo per il milione di persone in fuga o sottoposte a guerre. Gente che si trascina fra confini ostili, perdendo pezzi della propria famiglia o vive sotto minacce, bombe, in case distrutte. Per dare loro qualche speranza è necessario rimarcare gli errori compiuti dai tecnocrati e dalla classe dirigente internazionale  quando hanno deciso interventi sballati in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan o quando non sono stati in grado di prevedere e gestire le ovvie conseguenze di rompere senza piani per ricostruire.
Nella confusione creata in molte aree del mondo, nel sostegno per interessi economici di governi corrotti, nella non risoluzione di tensioni decennali (Palestina, Yemen) disperazione e pazzia hanno generato il mostro del terrorismo, degli scontri fra bande e sette che si è allargato a tutto il mondo. Oltre 40.000 vittime di attentati e stragi, in Mali, Nigeria, Iraq, Israele, Pakistan, Afghanistan, Libano e nella vicina Parigi. Forse un record, rispetto agli anni passati.
Gente in fuga, gente che muore in mare e sulle spiagge, gente che muore sotto i bombardamenti o mentre va a scuola o al mercato per qualche pazzo o disperato che si fa esplodere. Quasi tutti poveretti, quasi tutti in paesi poveri.
La speranza dei disperati, dei poveri ( anche quelli nei paesi occidentali) sta solo nella paura degli arricchiti  (1% della popolazione mondiale detiene il 50% della ricchezza, concentrazione in crescita) di perdere privilegi, sicurezza e potere. Loro determinano la finanza, la politica, condizionano scelte per l’ambiente, il welfare, le guerre. Tecnocrati, esperti e politici agiscono in base ai loro interessi che spesso sono comuni. E, spesso, fanno pure casini.
Sta anche in tante persone normali che si muovono, scrivono, denunciano, s’impegnano in tanti piccoli mondi di solidarietà e di impegno verso gli altri. Lo abbiamo visto sulle spiagge greche, in Italia nelle stazioni, in Nepal dopo il terremoto.
Di queste diseguaglianze, dei paesi in perenne crisi, dei casini fatti in grande e in piccolo ne abbiamo parlato in molti post.
E, anche,  i poveretti del nostro amato Nepal non sono esenti da crisi indotte da malagestioni della classe dirigente.  Se ne parla poco perché l’attuale crisi umanitaria derivante dal blocco delle frontiere è una questione un pò complicata e non adatta alle semplificazioni della stampa italiana. Bisogna dare merito a Radio Vaticana per averla ricordata (e anche per avermi intervistato).
Anche qui dopo 8 mesi dal terremoto, per controversie fra i partiti, non è ancora partita l’Autorità per la ricostruzione è ciò significa che 4 miliardi di dollari destinati a famiglie, scuole infrastrutture sono congelati. In più nessun progetto, piano, normativa per la ricostruzione neppure è stato discusso. Nel liberi tutti ne approfittano, come ovunque, i ricchi che s’appropriano di aree centrali, speculano su materiali e terreni, si piazzano per dragare i fondi che, prima o poi,  si muoveranno. Raccattano soldi dal mercato nero di benzina e gas.
I poveri devono chiedere prestiti per costruirsi i ripari per l’inverno, come sta succedendo nel distretto di Makwanpur, dove pur dicono di essere intervenute ONG italiane. Esperti e tecnocrati hanno sprecato soldi per distribuire teloni di plastica e tende, inutili e presto deteriorate. I ragazzi di Takecare Nepal hanno distribuito onduline di zinco che sono servite per costruire casette temporanee a prova di pioggia e di freddo.
I poveretti del Nepal, dopo il terremoto, sono, adesso (in un inverno straordinariamente freddo) senza gas per cucinare e scaldarsi, senza benzina e cherosene, con pochi medicinali, e, come sempre da decenni, con elettricità razionata. I ricchi se ne impippano,  comprano al mercato nero, pagando fino a sei volte di più il passato valore.
Le frontiere rimangono bloccate, nei giorni scorsi violente dimostrazioni a Janakpur e in altre parti del Terai. Riesce a entrare in Nepal il 10% delle importazioni normali. La gente e le merci non si muovono (anche se Kathmandu ha il solito traffico incasinato, la benzina è scesa da nrs. 600 a 250; euro 2, 20), le scuole funzionano a singhiozzo. La crescita del PIL prevista al 5% si riduce  al 1,5%, con le ovvie conseguenze per le politiche di sviluppo e riduzione della povertà.
In tre mesi di scontri non si è riusciti a trovare una base per la trattativa fra governo e partiti Madhesi che chiedono riforme della nuova costituzione. (Vedi altri post). Anche qui che classe dirigente hanno, poveretti.

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2 risposte a “2015, l’anno dei poveracci.

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