Un approfondimento sul voto per il parlamento nepalese 


Pubblichiamo l’articolo di Gianmarco Cenci Qui la fonte L’ Indro

Quando in Italia sentiamo parlare di Nepal, generalmente si tratta di notizie legate agli sport estremi, all’alpinismo e alle scalate delle a dir poco inospitali vette dell’Himalaya. Sentiamo parlare di Reinhold Messner, degli sherpa e degli yak, di come l’ossigeno rarefatto al di sopra dei 7.000 metri di altitudine renda impossibile fare anche solo pochi passi senza un enorme dispendio energetico e di come, a quelle altezze, il sangue umano diventa così denso da avere la stessa consistenza del miele, aggiungendo difficoltà a difficoltà. Quello di cui non sentiamo mai parlare è, invece, la situazione politica del Nepal, che proprio in questi giorni sta vivendo un avvenimento politico importante,storico: il 27 novembre, infatti, i nepalesi per la prima volta sono potuti andare a votare per eleggere il proprio Parlamento con la nuova Costituzione, varata nel 2015 dopo anni di instabilità.

Per capire qualcosa in più di ciò che è successo in Nepal, abbiamo contattato Enrico Crespi, grande conoscitore di Nepal e collaboratore della ONG ‘TakeCare Nepal’, che da vent’anni si occupa di educazione e sviluppo comunitario nello Stato himalayano, e Nicola Missaglia, analista dell’ISPI. Ci hanno spiegato cosa sta accadendo in Nepal e cosa sono stati questi ultimi anni.

Missaglia ci fa un piccolo riassunto: “Le cose importanti da sapere per quanto riguarda ciò che sta accadendo in questi giorni sono che il Nepal ha attraversato una sanguinosissima guerra civile per 10 anni, dovuta in particolare a un’insorgenza dei maoisti. Ha portato il Paese a molte divisioni al suo interno, con una instabilità che è durata fino a poco tempo fa, fino al 2015, quando è stata promulgata la nuova Costituzione. In questi giorni, il Nepal è andato al voto, ha votato domenica in una prima tornata e voterà in una seconda il 7 dicembre: sono le prime vere elezioni legislative, parlamentari e provinciali dalla fine della guerra civile e, sostanzialmente, dalla fine della monarchia. Dovrebbero suggellare la nuova Costituzione, che vuole costruire una Repubblica Federale, fra province. Nella prima tornata ha votato una parte della popolazione, quella delle province montane e collinare del Nord, che è una parte minoritaria della popolazione votante (hanno votato 3 milioni di persone); il 7 dicembre voterà il resto della popolazione e solo dopo si saprà chi avrà vinto”.

E aggiunge: “L’instabilità al Governo si è espressa attraverso il formarsi di alleanze fra i partiti dominanti, che sono i due partiti comunisti, uno di ispirazione Marxista-Leninista e l’altro Maoista, che fa riferimento agli ex-insorgenti maoisti (ora entrati nel mainstream della politica), e il Partito del Congressoche attualmente governa il Nepal. Ha governato fino a poco tempo fa il Partito del Congresso con il sostegno dei maoisti, che però ora ha tolto il sostegno e ha formato un’alleanza di sinistra con l’altro Partito Comunista, in funzione elettorale. Ci sono quindi due schieramenti, uno più schierato a destra e uno di sinistra: c’è chi dice che questo bipolarismo aprirà un periodo di stabilità, con l’alternarsi al Governo delle due forze e chi dice che, comunque, le alleanze resteranno sempre fragili, specialmente a sinistra, con i due partiti comunisti che sono sempre stati competitors”.

Il nuovo assetto istituzionale nepalese è quello di Repubblica Federale, come vuole la nuova Costituzione. Una scelta non priva di polemiche, ci ricorda Crespi: “Ci sono state tante polemiche. Io sono tendenzialmente contrario alla scelta federale, avrei preferito che si fosse dato maggior potere ai Comuni. Le modalità della divisione in province ha suscitato polemiche specialmente nel sud del Nepal, nel Terai, perché ritenevano che le province erano state fatte dando maggior possibilità agli abitanti delle colline: gli abitanti del Terai, i madhesi, hanno fatto una serie di proteste, hanno bloccato il Paese, l’anno scorso, per diversi mesi. Queste proteste erano nate anche perché i partiti rappresentanti i madhesi ritenevano che con questa divisione avrebbero preso meno voti: all’atto pratico, alle elezioni locali i madhesi hanno preso pochissimi voti, quindi tutte queste proteste sembrano essersi placate. Allo scoppiare delle proteste, con la gente in strada, il Governo reagì in maniera sbagliata, e la situazione diventò incontrollabile, ma allo stato attuale tutti i partiti partecipano alle elezioni e tutto si sta svolgendo in maniera ordinata, tanto che è andato a votare il 65%. Una percentuale decisamente alta, calcolando che in alcune zone, durante le elezioni, nevicava e lì diventa ancora più difficile muoversi, dovendo farlo a piedi, ragion per cui l’affluenza è stata minore rispetto alle elezioni locali, con un’affluenza del 73%”.

Percentuali altissime, a cui noi non siamo più abituati, ma, ci mette all’erta Crespi: “Direi che comunque c’è sfiducia. Le elezioni locali hanno registrato maggior affluenza anche perché si eleggevano persone conosciute, in quelle nazionali c’è meno partecipazione, sono meno sentite, c’è meno interesse. Anche perché la classe politica, dai maoisti al Partito del Congressonon ha mai dimostrato di essere particolarmente efficace o esente da corruzione”.

Un appuntamento del genere non passa inosservato agli ingombranti vicini del Nepal, la Cina e l’India, come ci ricorda Missaglia: “Ovviamente, in casi come questi, ossia, di elezioni in uno Stato piccolo circondato da due vicini così ingombranti, giocano sia equilibri interni che interessi regionali dei vicini. Entrambi vogliono garantirsi un’influenza nel Paese.  questo è valso anche per il Bhutan, per lo Sri Lanka e per le Maldive. Negli ultimi anni è sempre stata l’India la più influente. Tuttavia la Cina è sempre in crescita, in fase di forte assertività regionale, e sta assumendo un’influenza sempre maggiore in Nepal. Le elezioni ci diranno chi avrà più peso nella politica del Nepal nei prossimi anni: la Cina è data come maggior sostenitrice dell’alleanza di sinistra, mentre l’India è sostenitrice dell’alleanza di centro destra, quindi del Partito del Congresso, che, per non rimanere minoritario si è dovuto alleare con dei partiti più piccoli, come quello di ex monarchici, quelli di ispirazioni tribale. Se vincono le sinistrela deriva del Nepal verso la Cina sarà più accentuata, al contrario verso l’India. Chiaramente, un Paese come il Nepal non può fare una scelta netta tra l’uno e l’altro, perché rischierebbe instabilità politica, quindi continuerà a fare affari con entrambi. Pragmaticamente, sia che vinca l’uno o l’altro, manterrà i rapporti con entrambi”.

Crespi è d’accordo: “il Nepal tenterà, come ha sempre fatto, di barcamenarsi fra i due vicini e di cercare di avere il meglio dall’uno e dall’altroDubito che cambierà qualcosa: cercherà di trarre il massimo da Cina e India, con cui i legami sono più stretti, anche per ragioni culturali, perché i confini sono pianeggianti, perché gli investimenti indiani sono ancora superiori. Poi, chiaramente, anche la Cina fa investimenti: costruisce le strade, fa le centrali idroelettriche, etc.” Infatti: “Il Nepal è stato da secoli la via di mezzo fra il Tibet-Cina e l’India: mettevano delle gabelle sulle merci che arrivavano dall’India (riso, burro, verdure) e dal Tibet (pelli, sali, etc). Katmandu è diventata Katmandu perché faceva da intermediaria fra questi due mondi. Hanno sempre fatto così e si presume che, giustamente, continueranno a fare così, perché sono uno Stato piccolo, landlocked. I legami culturali, comunque, rimangono più forti con l’India, con cui le frontiere sono aperte e l’India ha più interesse a controbilanciare gli investimenti cinesi”.

Uno dei cambiamenti di questa nuova Costituzione riguarda la religione: l’induismo non è più religione di Stato, ma, dal 2015, il Nepal è uno Stato laico. Chiediamo a Crespi che cosa cambierà: “Questo cambiamento è già avvenuto con la fine della monarchia nel 2007. Era considerata emanazione divina, come in Thailandia: con la sua fine, è venuta meno la religione di StatoGli effetti sono stati praticamente nulli, anche perché il Nepal è sempre stato un Paese molto tollerante: convivono induisti, musulmani, buddisti da millenni e non è mai successo niente. A Katmandu, l’etnia una volta dominante, i newari, ha sviluppato un sincretismo induista-buddista; le popolazioni delle colline sono buddiste-tibetane; chi vive in pianura è induista. Ognuno si fa gli affari propri. Poi c’è un partito, attualmente alleato col Partito del Congresso, che auspica un ritorno della monarchia e la restaurazione dello stato induista, ma raccoglie poco più del 10%, se non meno. È più un cambiamento formale che sostanziale. Le scuole sono sempre state laiche, non hanno mai insegnato né buddismo, né induismo. Come religione di Stato, l’induismo aveva tutta una serie di vantaggi, di finanziamenti. Le caste induiste avevano (come anche adesso) maggiori spazi in termini di rappresentanza. Gli ashram induisti avevano dei finanziamenti, ma non c’erano persecuzioni nei confronti dei buddisti, per esempio. C’è solo un certo tipo di chiusura nei confronti delle sette cristiane (come i mormoni) che vogliono far proseliti, perché non è consentito fare proselitismo”.E gli fa eco Missaglia, facendoci l’esempio dell’India“L’India è un complesso mosaico di etnie,credenze e religioni, tutte sussunte sotto la Costituzione laica. È molto fiera di questo secolarismo,ma la società è tutt’altro che laica, mantiene le proprie confessioni e religioni locali. Anche il Nepal potrebbe continuare così. A lungo termine è difficile, però, prevedere come sarà: un conto è la Costituzione, un conto è la costruzione del sistema educativo, il ruolo degli ordini religiosi. Da questo punto di vista, non cambierà moltissimo, tranne dal punto di vista formale, giuridico”.

La Costituzione nepalese si dimostra molto avanzata anche sotto il punto di vista della tutela delle minoranze, ma bisogna comunque fare dei distinguo, come sottolinea Missaglia: “Sicuramente è un passo avanti enorme e ha utilizzato il sistema indiano delle reservation, riservate alle caste inferiori, alle minoranza etniche e alle donne (un terzo dei seggi). La critica che è stata mossa riguarda la già citata divisione in Stati, che rischia di dividere le minoranze, anche in comunità molto piccole, in cui tradizionalmente verso un candidato, mentre ora si obbliga a prendere delle posizioni anche nelle comunità tradizionali. Un’altra critica riguarda il fatto che i partiti abbiano candidato perlopiù persone abbienti, anche da caste inferiori, per auto-sostentarsi, come descritto anche in un articolo dell’’Economist’le campagne elettorali costanoguadagnare voti è molto dispendioso e, per ovviare a questo ostacolo, diversi partiti hanno candidato spesso persone già potenti. Per molte minoranze sembra che si perpetui un sistema neofeudatario”. È d’accordo anche Crespi, che aggiunge: “Di positivo, c’è che la Presidentessa della Repubblica è una donna, così come lo Speaker del Parlamento e la Presidentessa della Corte Suprema: c’è un po’ di movimento. Poi, chiaramente, le classi svantaggiate rimarranno svantaggiate finché non avranno i soldi. È un problema economico, oltre che culturale: se un dalit è ricco, va dappertutto, se è povero, rimane marginalizzato. È una Costituzione avanzata, ma poi bisogna fare i conti con la realtà, come dappertutto: il potere è ancora in mano agli uomini, i posti di responsabilità sono affidati ai rappresentanti delle caste più alte, l’area buddista è sottorappresentata. Ma è una questione di ricchezza: gli sherpache sono ricchi, sono rappresentatii tamang, che sono poverisono rappresentati male. Eppure sono più o meno la stessa etnia”.  

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