Oman, tranquillo e mediatore

Sole, mare, deserto e montagne. Si gira su strade appena costruite o su sterrati paurosi in montagna. S’incontrano baretti frequentati solo da uomini, antiche case dilapidate e nuovi palazzi imponenti. Strade a 4 corsie che attraversano la lunga e muova Muscat; macchinoni che sfrecciano a 120 all’ora. La benzina costa euro 0,30. Donne completamente velate, poco velate o a capo scoperto.
Gli antichi viaggiatori raccontano dell’Oman dei beduini, lunghe carovane di cammelli che trasportavano incenso e spezie; somari che salgono sulle montagne aspre e antiche per portare riso e farina nei villaggi, attaccati ai pochi wadi, con qualche palma e un filo d’acqua.

Delle vecchie storie rimangono i villaggi fra le montagne e ai margini del deserto. L’Oman, povero e antico, si è velocemente trasformato negli ultimi decenni; con qualche problema: alto deficit dello stato (infrastrutture, dipendenti statali, sussidi agli omaniti) e disoccupazione (17%).

Colpiti dal ribasso del prezzo del petrolio (dal 2004), i governanti (abbastanza svegli) hanno iniziato a puntare sulla “diversification”, investendo nella pesca, nel turismo (quasi 3 milioni di arrivi) e nella manifattura. Si continuano a costruire strade e palazzi con la manodopera asiatica migrata.

Rimane il paese più povero fra gli emirati del Golfo (reddito procapite USD 23.000) e dipendente dl petrolio e dal gas che continua a rappresentare il 44% del PIL, malgrado mi dice l’amico diplomatico Salim, Oman’s oil production has increased each year since 2007 and ranked 7th among Middle East oil producer, and 21st in the world. we are not OPEC member. Poi si sta aprendo il nuovo sito di gas di Khazzan e cresce il centro logistico di Duqm, già in pieno sviluppo dopo la crisi diplomatica fra Qatar (che usa questa piattaforma) e gli altri membri del Gulf Cooperation Council-GCC. Insomma, lui è felice, il paese cresce.

Pensare che quando l’attuale sovrano, Qaboos bin Said Al Said, salì al potere con un colpo di stato circa 50 anni orsono, il paese era immobile, antico e povero. Poi, con il petrolio, l’esplosione del PIL: incredibile +1370% negli anni ’70, +13% anni ’90 e più 34% ultimo decennio.

Barba bianca curata, coltellone tradizionale alla cintola, il sultano Qaboos è, con la morte del sovrano saudito Abddullah, il più longevo del Golfo (e senza figli); il suo faccione compare ovunque nei Suq e nelle strade.

Discende dalla dinastia di guerrieri che scacciò i portoghesi da Muscat nel 1600, ha studiato in India e nella prestigiosa scuola militare di Sandhurst e fu proprio grazie agli amici inglesi che riuscì il colpo di stato che depose (1970) il padre.

Il vecchio califfo faceva la bella vita, indifferente a progresso e sviluppo e, specialmente per gli inglesi, ai guerriglieri filo russi che avevano trasformato la regione meridionale del Dhofar (immensa e desertica) in basi militari. Aden, Ormuz sono, da sempre, punti strategici e sensibili. Arrivarono truppe dell’Iran (lo Shah) e Giordania, soppressero i santuari dei guerriglieri comunisti e accompagnarono il vecchio sceicco a un esilio dorato.

Da allora i 4 milioni di omaniti hanno visto il loro paese cambiare radicalmente, tramite una monarchia paternalistica ma moderata e attenta che ha usato le rendite del petrolio anche per costruire strade, scuole, case e, addirittura, attivare un parlamento.

Pochi i casi di opposizione, tensioni politiche, quasi assente la criminalità. Girando per il paese, non si percepisce tensione e intolleranza verso chi si veste o si comporta in maniera diversa dalla vissuta tradizione islamica. Ciò forse, grazie anche ai tanti turisti e al milione e mezzo di migranti giunti dall’Asia.

Quest’ultimi (indiani, pakistani, filippini, bangladeshi, marocchini, nepalesi) rappresentano il 45% della popolazione. Gli indiani (40% dei migranti), tradizionalmente, controllano il commercio; gli altri lavorano nelle case, nelle costruzioni e nei campi petroliferi (ci sono 13.000 nepalesi). In una lodge, fra le montagne, dell’Oman incontro un gruppetto di nepalesi che la gestisce, grandi feste e conversazioni e mi raccontano che, rispetto agli altri paesi del Golfo, non se la passano male, c’è un po’ più di rispetto e qualche salvaguardia maggiore.

Alcune organizzazioni che difendono i diritti dei migranti, hanno denunciato che fra le oltre 130.000 donne che lavorano come domestiche sono stati segnalati abusi, non rispetto delle condizioni di lavoro. Il governo filippino ha vietato (sulla carta) la migrazione per questi lavori e l’India ha chiesto più regole a salvaguardia delle lavoratrici.

Per i lavori più qualificati, una serie di leggi dal 1988, tendono a una “omanization” del mercato del lavoro, con quote fissate per gli omaniti nei settori finanziario, petrolifero e dei servizi. Oggi l’80% delle posizioni vacanti richieste è solo per i nazionali. Pensare che, tanti espatriati (anche dai paesi del Golfo, arabi e occidentali) erano richiesti e incoraggiati a lavorare in Oman per coprire posti importanti per l’assenza di personale qualificato; la prima università fu fondata solo nel 1986.

Per molti, fuggiti da conflitti e dittature (palestinesi, libici, iracheni, iraniani) era un paese accogliente, in forte sviluppo, relativamente tollerante, stabile “a friend to all” come lo descrive Salim Aday. Anche oggi, con la vicina tragedia yemenita, l’Oman non ha partecipato all’intervento (marzo 2015) voluto dalla vicina e potente Arabia Saudita contro i guerriglieri Houti (supportati dall’Iran), l’unico fra i paesi GCC. Muscat sta cercando di mediare beccandosi le accuse Saudite di essere, nell’immensa e poco controllata regione del Dhofar, un porto franco per i ribelli dell’ex presidente yemenita Saleh (visto a Muscate).

E’ un attitudine storica del sultanato che si è manifestata (facendo incazzare ancora i sauditi) con la crisi diplomatica del Qatar a cui sono state aperte via aeree e marittime chiuse dagli altri paesi GCC.

Questo bilanciamento diplomatico ha portato a favorire l’evacuazione dei diplomatici USA da Saana (febbraio 2015), assicurare protezione a prigionieri yemeniti e interventi umanitari (da privati) per le popolazioni colpite dai bombardamenti. Oman e Kuwait hanno incontrato il presidente iraniano Hassan Rouhani per favorire una soluzione diplomatica alle tensioni nel Golfo.

Un ruolo non facile visto i potenti e agguerriti vicini, purtroppo con l’arrivo di Trump, anche gli USA hanno raffreddato le abituali e amichevoli relazioni con l’Oman, rischiando d’indebolire il suo, importante, ruolo di mediazione in un conflitto sanguinoso e dimenticato.

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