Un libro, un amico, una storia

Quando Charles Duchaussois scriveva il suo libro, Flash a Katmandu, Robi era già in marcia sulle strade dell’Oriente. Siamo nella prima metà degli anni ’70 e la rotta Europa, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e Nepal era una via molto frequentata, su bus, auto scalcinate, bus poi rivenduti lì.
In questo libro ha raccolto le sue vecchie foto degli anni ’70. Lui ed altri amici (anch’io) hanno scritto come il #Nepal è cambiato.
Il libro non è in vendita nelle librerie, chi lo vuole può ordinarlo via mail (contatti) Il costo di produzione è euro 20, d’acquisto euro 45. Lo spread (☺) finirà ai progetti di Takecare Nepal. Qui Robi racconta la sua storia.

Era il 1974 di Robi Rubiolo (dal libro).

Se si tien conto della nostra ignoranza circa il Nepal e Kathmandu, si può ben immaginare lo stupore che provammo appena entrati in città: eravamo senza parole. Il centro storico era un dedalo di vicoli fiancheggiati da case in mattoni; le porte di accesso, i balconi e le finestre delle case erano incredibili capolavori di scultura lignea; inserite nei muri o nei tempietti ai lati della strada, innumerevoli figure in pietra di divinità hindu o buddhiste: la sensazione era quella di camminare in un interminabile museo all’aperto.
Di fronte ad ogni figura ardevano una fiammella e un bastoncino di incenso. La mattina presto i devoti uscivano di casa reggendo un vassoio su cui stavano le offerte per la divinità: un frutto, una piccola brocca d’acqua e un mucchietto di una polvere rossa. Una volta davanti all’idolo, il devoto si inchinava leggermente, mormorava alcune preghiere e quindi si allontanava dopo avere spruzzato il suo dio con alcune gocce d’acqua, applicato sulla fronte un pizzico di polvere rossa e depositato un frutto o un fiore sull’altare. Queste scene di devozione le avremmo viste tutti i giorni, ma quella prima volta rimanemmo commossi e incantati nel vedere con quanta grazia e semplicità questi atti venissero compiuti.
Il traffico era quasi inesistente: rare le automobili, pochi i taxi, qualche bicicletta e moltissimi risciò. Le strade e le viuzze erano alquanto sporche, con liquami puzzolenti nei rigagnoli, ma la sporcizia non era sufficiente ad alterare un’atmosfera piena di pace e tranquillità. Anche là, come sulla corriera del giorno prima, i passanti che si incrociavano non erano affatto avari di sorrisi e di saluti. I nepalesi, quando salutano, giungono le mani all’altezza del petto, come se volessero pregare, si inchinano leggermente e dicono namaste. Negozietti polverosi esibivano grandi varietà di merci altrettanto polverose: stoffe, pentolame, quaderni e una quantità di altri oggetti di cui era difficile stabilire l’uso. I gestori se ne stavano accoccolati su una stuoietta gettata sul pavimento e attendevano i clienti con aria rassegnata.
Finalmente, dopo avere girovagato piuttosto a lungo, sbucammo in una grande piazza circondata da vecchi palazzi e pagode. Là il panorama umano era più variegato: nepalesi e indiani, hippies e altri perdigiorno occidentali ma anche, pensate un po’, un vigile urbano. Alcuni mendicanti giovanissimi circondavano gli hippies, nella speranza forse di qualche centesimo di elemosina. Dal gruppo si staccò un ragazzino sorridente. Con maniere accattivanti, ci informò che eravamo nella Durbar Square e che l’edificio alla nostra destra era il palazzo reale, quello antico; in fondo alla piazza, il tempio della kumari o dea bambina: la protettrice del Nepal, ci precisò; alla nostra sinistra cominciava la famosa Freak Street, con i suoi ristorantini, gli alberghi economici e anche le rinomate fumerie. Ringraziammo per le informazioni e ci liberammo del furfantello con una piccola elemosina.
Proseguendo un poco, improvvisamente, ci trovammo in un altro mondo. In uno spazio relativamente piccolo era concentrato un numero incredibile di templi di ogni dimensione, per lo più a pagoda, ma anche nello stile dell’India del nord, a shikara. Alcuni, i più imponenti, erano costruiti su piramidi a gradoni; altri, più modesti, si ergevano uno dietro l’altro, apparentemente a casaccio. Dappertutto, incastonate nei muri, o su colonne, o nei numerosi altarini, decine e decine di sculture: in pietra, in bronzo, di legno o di terracotta; alcune mostruose, altre molto serene, erano là indifferenti a tutto quanto avveniva attorno a loro. Per via della grande umidità, chiazze verdastre coloravano le pareti bianche mentre, anche se può non sembrare vero, l’erba cresceva rigogliosa sui tetti. Il colpo d’occhio era di grande fascino, ma l’aspetto un po’ malandato dei templi era evidente. Gli spazi fra un tempio e l’altro erano animati da bancarelle coloratissime. Vi si poteva comprare di tutto: vegetali, frutta, utensili e stoffe, come pure polli, capre ed altri animali. Mucche macilente in cerca di bottino se ne stavano appostate presso le bancarelle di ortaggi e, alla prima distrazione del venditore, fuggivano con mazzi di carote, spinaci o altro fra i denti. Il traffico degli umani e dei risciò era intenso ma, nonostante il trambusto e le contrattazioni, tutto era pacifico: senza fretta si contrattava, si discuteva e ci si salutava. Per la mancanza di veicoli a motore, i pedoni erano i re della strada, come lo erano da noi tanto tempo fa.
Se si tien conto della nostra ignoranza circa il Nepal e Kathmandu, si può ben immaginare lo stupore che provammo appena entrati in città: eravamo senza parole. Il centro storico era un dedalo di vicoli fiancheggiati da case in mattoni; le porte di accesso, i balconi e le finestre delle case erano incredibili capolavori di scultura lignea; inserite nei muri o nei tempietti ai lati della strada, innumerevoli figure in pietra di divinità hindu o buddhiste: la sensazione era quella di camminare in un interminabile museo all’aperto.
Di fronte ad ogni figura ardevano una fiammella e un bastoncino di incenso. La mattina presto i devoti uscivano di casa reggendo un vassoio su cui stavano le offerte per la divinità: un frutto, una piccola brocca d’acqua e un mucchietto di una polvere rossa. Una volta davanti all’idolo, il devoto si inchinava leggermente, mormorava alcune preghiere e quindi si allontanava dopo avere spruzzato il suo dio con alcune gocce d’acqua, applicato sulla fronte un pizzico di polvere rossa e depositato un frutto o un fiore sull’altare. Queste scene di devozione le avremmo viste tutti i giorni, ma quella prima volta rimanemmo commossi e incantati nel vedere con quanta grazia e semplicità questi atti venissero compiuti.
Il traffico era quasi inesistente: rare le automobili, pochi i taxi, qualche bicicletta e moltissimi risciò. Le strade e le viuzze erano alquanto sporche, con liquami puzzolenti nei rigagnoli, ma la sporcizia non era sufficiente ad alterare un’atmosfera piena di pace e tranquillità. Anche là, come sulla corriera del giorno prima, i passanti che si incrociavano non erano affatto avari di sorrisi e di saluti. I nepalesi, quando salutano, giungono le mani all’altezza del petto, come se volessero pregare, si inchinano leggermente e dicono namaste. Negozietti polverosi esibivano grandi varietà di merci altrettanto polverose: stoffe, pentolame, quaderni e una quantità di altri oggetti di cui era difficile stabilire l’uso. I gestori se ne stavano accoccolati su una stuoietta gettata sul pavimento e attendevano i clienti con aria rassegnata.
Finalmente, dopo avere girovagato piuttosto a lungo, sbucammo in una grande piazza circondata da vecchi palazzi e pagode. Là il panorama umano era più variegato: nepalesi e indiani, hippies e altri perdigiorno occidentali ma anche, pensate un po’, un vigile urbano. Alcuni mendicanti giovanissimi circondavano gli hippies, nella speranza forse di qualche centesimo di elemosina. Dal gruppo si staccò un ragazzino sorridente. Con maniere accattivanti, ci informò che eravamo nella Durbar Square e che l’edificio alla nostra destra era il palazzo reale, quello antico; in fondo alla piazza, il tempio della kumari o dea bambina: la protettrice del Nepal, ci precisò; alla nostra sinistra cominciava la famosa Freak Street, con i suoi ristorantini, gli alberghi economici e anche le rinomate fumerie. Ringraziammo per le informazioni e ci liberammo del furfantello con una piccola elemosina.
Proseguendo un poco, improvvisamente, ci trovammo in un altro mondo. In uno spazio relativamente piccolo era concentrato un numero incredibile di templi di ogni dimensione, per lo più a pagoda, ma anche nello stile dell’India del nord, a shikara. Alcuni, i più imponenti, erano costruiti su piramidi a gradoni; altri, più modesti, si ergevano uno dietro l’altro, apparentemente a casaccio. Dappertutto, incastonate nei muri, o su colonne, o nei numerosi altarini, decine e decine di sculture: in pietra, in bronzo, di legno o di terracotta; alcune mostruose, altre molto serene, erano là indifferenti a tutto quanto avveniva attorno a loro. Per via della grande umidità, chiazze verdastre coloravano le pareti bianche mentre, anche se può non sembrare vero, l’erba cresceva rigogliosa sui tetti. Il colpo d’occhio era di grande fascino, ma l’aspetto un po’ malandato dei templi era evidente. Gli spazi fra un tempio e l’altro erano animati da bancarelle coloratissime. Vi si poteva comprare di tutto: vegetali, frutta, utensili e stoffe, come pure polli, capre ed altri animali. Mucche macilente in cerca di bottino se ne stavano appostate presso le bancarelle di ortaggi e, alla prima distrazione del venditore, fuggivano con mazzi di carote, spinaci o altro fra i denti. Il traffico degli umani e dei risciò era intenso ma, nonostante il trambusto e le contrattazioni, tutto era pacifico: senza fretta si contrattava, si discuteva e ci si salutava. Per la mancanza di veicoli a motore, i pedoni erano i re della strada, come lo erano da noi tanto tempo fa.

Ph: portatori 1975 nepal

Annunci

2 risposte a “Un libro, un amico, una storia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...