Tibet, il muro non s’incrina

tibetaniPacifici hanno pregato a Bodhnat, i tibetani della diaspora, sorprendendo, almeno fino ad ora, tutti. Per i nepalesi La festa chiassosa dell’Holi, gli spruzzi d’acqua colorata e di polvere rossa, l’assalto alle ragazze sono stati in tono minore per la situazione nel Terai e le forze anti-sommossa nelle strade.
Il centro di Kathmandu è presidiato per impedire ogni manifestazione in un raggio di 200 metri dall’Ambasciata cinese e dall’Ufficio Visti (sede la scorsa estate di interminabili scontri ed arresti). Almeno per adesso tutto scorre senza incidenti, come avevano richiesto i funzionari cinesi, giunti in forze nei giorni scorsi. Il blocco di Kathmandu si coniuga, un po’ tristemente, con quello dell’intero Tibet, delle province limitrofe e dei confini (per evitare infiltrazioni di tibetani dissidenti dall’India e dal Nepal). Espulsi i pochi giornalisti che s’aggiravano intorno al monastero di Rongwo (nel Qinghai), una delle zone più esplosive e sede di qualche scontro e arresto di monaci negli scorsi giorni.
In verità la Regione Autonoma (il Tibet propriamente detto) non è mai stata ufficialmente aperta ai giornalisti e i turisti dovevano partire da Kathmandu ( o da altri posti) in gruppo con un permesso speciale (oltre che al visto cinese). Il Tibet fu aperto, liberamente, solo per uno sprazzo temporale nel lontano 1987.
L’efficiente servizio d’informazioni del Governo tibetano in esilio non ha segnalato particolari violenze in questi giorni ma, la rivolta di Lhasa del 1959 durò dieci giorni e si concluse con centinaia di vittime, arresti e la distruzione di mezza città. Poi, si deve attendere, la provocatoria  Festa della Liberazione del Tibet (28 marzo), voluta dal governo di Pechino,  per vedere se rabbia o rassegnaziaone preverranno fra i tibetani sull’altopiano e della diaspora.
Oggi in tutto il mondo ci sono state manifestazioni per ricordare l’inizio della rivolta del ’59 e le molte persone che persero la vita lo scorso anno; la stampa internazionale attendeva il disastro.  Il Losar, invece, sta scivolando via, senza enfasi nè problemi; a Dharmasala qualche cinese della Federation for a Democratic China, ha celebrato, insieme ai tibetani.
Ma l’impressione (segnalata in altri post) permane, che stia diffondendosi un po’ di rassegnazione (o buddhista accettazione della realtà) fra i tibetani della diaspora (ormai sparsi e integrati in tutto il mondo) e quelli del Tibet (impegnati a combattere le limitazione imposte dagli Han e raccogliere qualche dividendo dall’esplosiva economia cinese). I duri scontri dello scorso anno, la visibilità olimpica delle proteste non ha portato, ancora una volta, a nessun cambiamento istituzionale. Solo un pò più d’attenzione verso i problemi sociali e qualche beneficio economico per i tibetani, ma anche tanti arresti e sparizioni nei mesi passati.
Cinquant’anni d’occupazione (e di storia) hanno cambiato gran parte del Tibet (e dei tibetani). Lo stesso Dalai Lama non riconoscerebbe Lhasa e le principali città e il suo impegno, anch’esso un po’ rassegnato, per un minimo d’autonomia regionale e di riconoscimento (linguistico, culturale, economico) del suo popolo rimasto sull’altopiano non sembra aver incrinato il solid Great Wall for combating separatism and safeguarding national unity, so as to promote a long-term stability in the region, voluto dal Presidente Hu Jintao e dai suoi predecessori.

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