il Grande Vecchio di Singapore

Il Grande Vecchio Lee Kuan Yew può dire quello che vuole dall’alto dei suoi 85 anni di successi come uomo politico e patriarca di Singapore. Emigrato dalla Cina come il 60% dei suoi connazionali ha portato la città stato di Singapore al benessere economico e sociale, attraverso due indipendenze, dalla Gran Bretagna e dalla Malesia. Come gli antichi mandarini sembra imperturbabile, niente sorrisi, niente smancerie, rigido come una pietra. Ma i suoi scritti e le sue interviste propongono un uomo tradizionale (la famiglia è il centro) ma teorico e pratico dello scambio e del sincretismo fra fedi, culture e costumi. Nella pratica è ciò che è riuscito a creare nella città-stato di Singapore, un modello, non solo economico, per tanti paesi dell’Asia.

Il Vecchio è diventato il teorico dei “valori asiatici” che si contrappongono o giustappongono a quelli che l’occidente vuole imporre come universali. “Il riconoscimento universale dei diritti dell’individuo può essere dannoso se utilizzato per negare le diversità“. Anticomunista di ferro non ha esitato a polemizzare con gli USA per la loro pretesa di egemonia politica e culturale. Poco interessato alla democrazia formale ha governato Singapore come un buon patriarca, assorbendo la moltitudine di etnie e fedi senza tensioni, creando uno stato esemplare per servizi sociali ed educativi, con un reddito pro-capite (USD 30.000), fra i primi sei del mondo. Possiamo definire il suo modello un totalitarismo morbido o una democrazia limitata, ma i suoi cittadini votano liberamente da 50 anni, sono pubblicati oltre 30 quotidiani e gli oppositori dichiarati si contano sulle dita di una sola mano. Singapore è fra i 10 paesi “free of corruption” secondo le classifiche di Transparency International.

Il suo People Action Party ha la maggioranza assoluta e ora, il figlio (come negli USA il giovane Bush) ha preso il posto del padre. Qualcuno si scandalizza ma i cinque milioni di singaporensi, giustamente, se ne fregano. Le sue parole (e i suoi successi) hanno ispirato tanti leaders asiatici, non solo i suoi vicini vietnamiti, cambogiani, thailandesi, malesi, taiwanesi ma anche i più distanti buthanesi e, perfino, Re Gyanendra in Nepal che ha, però, tragicamente ciccato.Gli stessi cinesi, democrazia controllata o totalitarismo aperto, sembra stiano seguendo la strada indicata dal vecchio emigrante. Oggi, forti della potenza economica, iniziano a rompere le scatole ai vecchi scrittori delle regole e delle culture a cui si dovrebbe adeguare il mondo.

Ho letto una sua vecchia intervista rilasciata nel 1994 a Foreign Affairs, in cui ribadisce il suo concetto culturale centrale: l’Asia ha un suo sistema di valori forti che non devono essere soffocati dall’egemonia politica dell’Occidente. http://www.fareedzakaria.com/articles/other/culture.html .

E’ questo un uomo non di sole parole, ma di fatti che le concretizzano. Famiglia, tradizioni, culture sono secondo lui i perni intorno a cui deve formarsi la società e l’azione dei governi. La valorizzazione delle differenze può formare una cultura nazionale da cui nessuno è escluso. La prima lingua insegnata nelle scuole di Singapore è l’inglese, la seconda è quella dei diversi popoli che formano la città-stato. Le necessità dei musulmani, dei buddhisti, dei confuciani sono rispettate e difese e contribuiscono, insieme, all’identità nazionale. Se “wealth accumulates and men decay“, Lee pensa che a Singapore questo non sia ancora successo. Per questo, venerando e potentissimo, continua a parlare della ricchezza che sta nelle differenze e della necessità di difenderle e valorizzarle. Per questo parla di un “modello asiatico” che deve difendersi dal centrismo occidentale che ritiene i suoi valori universali, scesi dal Cielo e, dalle crociate in poi, da imporre al resto del pianeta.

Il premio nobel indiano Amartya Sen è più filo-ocidentale ma, scrive: bisogna riconoscere che Lee è stato in grado di dare alle minoranze un senso di appartenenza e un’identità nazionale comune, meglio di quanto abbiano fatto molti paesi europei. Dice all’Occidente, è vero facciamo poco sui diritti individuali, ma perché abbiamo qualcosa di meglio

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