Nepal: dimenticare il conflitto… e le vittime.

Mi scrive Licia e fa tornare in mente gli anni del conflitto (1996-2006), segnalandomi un Rapporto che racconta di torture, violazione dei diritti fondamentali odierne,  nell’ormai squassato Terai nepalese. Avvenimenti che si sperava conclusi, nuove vittime che si sommano a quelle di allora.

Durante il conflitto tutto in Nepal sembrava congelato: rapporti sociali, spazi, tempo e distanza. Non si poteva viaggiare o si rischiava di rimanere bloccati per coprifuoco improvvisi; nei villaggi c’era tensione, paura di parlare, di crearsi dei nemici, di subire vendette da maoisti o esercito. Contadini ricchi e poveri dovevano ospitare gruppi di maoisti, fare donazioni o ingraziarsi i militari dell’esercito. Il vino (anche quello fatto d’orzo o riso) era vietato, come l’altro divertimento nazionale: il gioco d’azzardo. Si consumavano vendette al’ombra della guerra civile per prestiti non resi, veri o falsi adulteri. Chi era sospettato di spionaggio, stregoneria, infedeltà coniugale, gioco d’azzardo era randellato e, alcuni, ci hanno rimesso gambe o testa.

Come sempre chi più pagava il conto del conflitto erano i poveri, cioè l’80% del Nepal contadino sparso nei villaggi delle colline o nelle piane del Terai; controllato dai maoisti e attaccato dall’esercito. I maoisti forzavano la gente alle donazioni, a volte li obbligavano allo spionaggio o all’arruolamento. I militari dovevano fare statistica con il numero di maoisti uccisi o catturati e allora organizzavano razzie nei villaggi (magari mitragliando dagli elicotteri su gruppi di contadini e studenti) o sparavano impauriti a donne e bambini che raccoglievano legna nei boschi. Noi dovevamo comunicare all’esercito quando tenevamo un’assemblea in qualche scuola per evitare che fosse considerata un’assemblea maoista e magari trovarci con insegnanti e ragazzi presi a mitragliate. Si contano pochi scontri diretti fra esercito e guerriglieri maoisti, nessuno delle due parti aveva interesse né voglia di combattere. I primi controllavano di giorno le strade principali e le città più importanti, i secondi se ne stavano sulle colline a guardarli, per poi compiere qualche attacco alle sfigate forze di polizia e portargli via i moschetti.

Fortunatamente tutto è finito senza grandi bagni di sangue. Si contano 11.000 vittime dirette nei dieci anni di  conflitto che attendono giustizia e, le famiglie, qualche compenso oltre a quelli formali celebrati nella giornata dei Martiri. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha riconosciuto 937 persone scomparse nei campi maoisti o nelle prigioni dell’esercito e della polizia, di cui non si sa più niente e di cui, costantemente, le famiglie chiedono notizie. E giustizia, ma sono solo contadini senza soldi né conoscenze. Povera gente, senza potere che rischia di incrinare il fragile patto che si sta costruendo fra ex-nemici per governare il Nepal (con il beneplacito dei donatori internazionali). L’interesse della maggioranza e di quelli che contano è di evitare i casini, rimettere l’economia in movimento. La giustizia può aspettare come è accaduto in Cambogia. Inoltre, il fluire delle cose, tipico dell’Oriente, sta portando via parte della violenza individuale e collettiva nata durante la una guerra civile. Anche i maoisti ufficiali si sono calmati in questi ultimi giorni; tutti stanno iniziando a scrivere la nuova costituzione; i capoccioni delle Nazioni Unite distribuiscono ghirlande di fiori ai combattenti maoisti che lasciano i campi. Molti di questi finiranno, senza alternative di lavoro e reddito, nelle bande di criminali che saccheggiano il Terai.

Per i famigliari dei dispersi e per le vittime del conflitto bastano un po’ di Commissioni, Disappearance Bill, Human Right Directorate (Forze Armate), o petizioni. Nel concreto poco lo stato sta facendo per assicurare giustizia e dare un segnale complessivo di fine dell’impunità e, come dicono i santoni dell’industria dell’assistenza, ristabilire la rule of law. Pochi del resto sono nel mondo gli esempi di giustizia data alle vittime di una guerra civile  (forse il Ruanda) dove spesso gli esecutori sono protetti dai mandanti o dai complici ancora al potere. Il caso della Cambogia è un esempio ma anche in Nepal chi dichiarò lo stato d’emergenza (2001) e diede direttive e mano libera all’esercito sono stati i Deuba, i Koirala, i Nepal che ancora governano il paese. E chi ha favorito o non evitato violenze dall’altra parte sono gli attuali leader dell’opposizione maoista. Visto così le vittime hanno poche speranze se non quella di manifestare, protestare ed essere utilizzate come raccatta soldi dalle varie ONG.

Fino ad ora, a parte le solite parole, poco si è fatto per denunciare e processare i responsabili di torture e violenze o, come detto in gergo, di gravi violazione dei diritti umani. E’ stato provato che centinaia di persone sono sparite ad opera dell’esercito regolare e solo 162 militari sono stati puniti. Niente si è fatto verso i militanti maoisti. Alcuni casi sono clamorosi come quello del Maggiore Niranjan Basnet, condannato da una corte civile nel 2008 per l’uccisione di una ragazza (15 anni) di Kavre, insieme a tre commilitoni. Mentre gli altri sono stati condannati e perseguiti, il maggiore è stato spedito (a fini protettivi) nelle Forze di Pace delle Nazioni Unite in Chad. C’è voluto oltre un anno perché stato nepalese e Nazioni Unite s’accorgessero dell’”errore” e fatto rimpatriare, lo scorso dicembre, il militare. Migliore è stata la sorte del generale Toran Bahadur Singh (potente, protetto e con un sacco d’informazioni) che è diventato vice-comandante del Nepal Army. Durante il conflitto (2003-2004) comandava le forze speciali (paracadutisti) del Bhairavnath Battalion (2003-04), con caserma a due passi dalle maggiori ambasciate. Lì dentro sono sparite almeno 50 persone e qualche centinaio sono state torturate. Il suo ufficiale operativo era il colonnello Bhanu Pratap Bahadur Chhetri che oltre a razziare i villaggi, si divertiva a torturare i prigionieri, tant’è che è uno dei pochi ufficiali superiori dell’esercito finito sotto la corte marziale. La promozione del Generale Toran Bahadur Singh ha suscitato le proteste dei “major donors—the US, the UK and other EU countries—and UN human rights agency OHCHR had demanded Singh’s suspension” ma, come accade ovunque, tutti se ne sono fregati. Anche per questi conta mantenere buone relazioni con i politici al potere che, a loro volta, devono proteggere i pezzi grossi con cui sono stati complici in arraffamenti (spese dell’esercito) o a cui è stata lasciata mano libera durante il conflitto. La stabilità prima di tutto.

Si tenderà ad insabbiare e a far dimenticare le storie ora raccontate nei giornali e i volti di vecchi contadini con in mano la foto di un figlio o di un parente scomparso. Mi viene in mente la scrittrice indiana Mahasweta Devi che ha scritto un best-sellers una decina d’anni fa (da cui è stato tratto un film) raccontando la storia di Draupadi, una donna della tribù dei Santal catturata, torturata e stuprata dai militari indiani nel ventennale conflito con i maoisti indiani. Per non dimenticare in Nepal sono stati portati nei villaggi i film Frames of War e il Photo Exhibnition Tour. Ormai è lo stato (formato sia dai maoisti che dai governanti di allora) che deve far finire l’impunità, smetterla con le protezioni, far funzionare la giustizia. Se no, come sta accadendo nel Terai, l’impunità dirige i comportamenti dello stato e dei suoi oppositori. L’impressione che smuovere le acque in questo campo non faccia piacere a nessuno, troppi problemi, troppe implicazioni, troppi segreti. Un po’ di parole e di relazioni da parte dei donatori internazionali e delle organizzazioni umanitarie possono bastare per placare le acque, in attesa che il tempo addormenti i parenti delle vittime. Ci sono tante storie ancora non raccontate ma solo sussurrate sul conflitto che riguardano un po’ tutti, compresi i donatori internazionali che, eventuali processi ai pezzi grossi, potrebbero far uscire.

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