Meno poveri nel mondo…. se lo dice la World Bank

ImmagineBello, patinato e anche utile, per avere un quadro della palla in cui viviamo, è il Rapporto Annuale della World Bank sullo stato del mondo. Lettura faticosa, da cui emerge una sintesi: la povertà, secondo la WB, è diminuita. Per poverissimi intendono tutti coloro che vivono con meno di USD 1,25 al giorno (circa USD 36 al mese), che erano 1,94 miliardi nel 1981 e 1,28 miliardi nel 2008. Il dato nasce da un analisi fatta su un campione di 850 famiglie in 130 paesi, appunto nel 2008 e dai dati analizzati per gli anni precedenti.

Ma un altro dato, forse più significativo dice che dal 1981 al 2008, il numero di persone che vivono con meno di USD 2 al giorno è passato da 2,59 miliardi a 2,44 miliardi, cioè, pur prendendo con le pinze queste statistiche, il numero è diminuito solo marginalmente. In tutto, si tratta di oltre 3,72 miliardi di persone che sono povere. Vivere in qualsiasi paese del mondo con 300 o 600 dollari al mese significa far la fame, se esageriamo il reddito pro-capite stimato di una famiglia di 5 persone.

Poiché sono statistiche (i mangiatori di polli), cerchiamo di verificarle nella realtà. 600 dollari al mese significano circa Nrs 50.000 in Nepal e sono in pochi quelli che li guadagnano; un insegnante non arriva a Nrs. 15.000. La situazione è simile in molti paesi in via di sviluppo e questi sono i “garantiti”, in paesi dove il lavoro ufficiale è un miraggio. Questa cifra, con gli aumenti dei generi alimentari, dei prodotti petroliferi (riscaldamento, alimentazione e trasporti) e degli affitti degli ultimi anni non permette di finire il mese. Consideriamo, poi, che nella maggioranza dei paesi più poveri sanità gratuita e previdenza non esistono. Immaginiamo quelli che un lavoro garantito non l’hanno, i contadini che vivono dei raccolti, i risciomen, i portatori, chi ha un negozietto o i migranti che guadagnano USD 500 al mese. Mi sembra, dunque, che i dati della WB siano ottimistici.

C’è da dire che, in effetti, visibilmente, girando per le strade di Kathmandu, Phnom Penh, Maputo, Nairobi, Hanoi o Dar Salaam la gente, almeno materialmente, sembra passarsela meglio (altro discorso valutare se la qualità della vita era, in fin dei conti, meglio prima). Telefonini, vestiti simil-occidentali, megastore sono diffusi. Ma ciò è accaduto solo in certe aree del mondo e specie nelle città. Nell’ultimo decennio, molti paesi chiusi e\o diretti da oligarchie corrotte sono stati aperti, dalla spinta della gente, alle potenzialità del libero mercato, pensiamo alla Cina, al Sud Africa, Tanzania, Kenia, Brasile e alla stessa India per citare i più grandi ( e a quello accaduto in Egitto, Libia, etc.). Ciò ha prodotto il fluire della ricchezza verso nuovi settori della popolazione fino ad allora esclusi e a coinvolgere nello sviluppo paesi vicini (Vietnam, Mozambico, Zambia, etc.).

La globalizzazione, l’apertura dei mercati, la diffusione delle tecnologie e della comunicazione ha sicuramente allargato conoscenze e opportunità, ma solo in alcune aree del mondo, dove in effetti la povertà è sicuramente diminuita. Ma queste sono proprio le aree del mondo dove meno è intervenuta la World Bank e, tutta, l’intera industria dell’assistenza. Dove i loro interventi sono stati più massicci, Nepal, Sahel, Etiopia, Somalia, Congo, Africa Centrale, etc. i risultati sono stati notevolmente inferiori o addirittura, in certe aree citate, la situazione è peggiorata. L’assistenza internazionale ha frenato lo sviluppo autonomo e le forze, seppur, inique del libero mercato. Inoltre, i grandi operatori umanitari mondiali che dovrebbero contribuire a rendere più equo il sistema economico (fra cui la WB, le Nazioni Unite, l’industria dell’assistenza privata) non sono stati neanche in grado di favorire una distribuzione più giusta degli effetti delle liberalizzazione dei mercati e della globalizzazione.

Uno studio indica che il numero degli individui con patrimonio finanziario superiore a 1 milione di dollari infatti è aumentato in termini di popolazione e ricchezza nel 2010, superando i livelli pre-crisi del 2007 in quasi tutte le regioni. Gli ultra milionari sono aumentati del 8,3%, la ricchezza da loro gestita del 9,7%. Chi sul globo ha un patrimonio di oltre 30 milioni di dollari ha registrato un aumento pari al 10,2% nel 2010 e la sua ricchezza è cresciuta dell’11,5%. Cioè la ricchezza globale è aumentata ma si è anche concentrata. Quindi, quando la WB conclude il rapporto dicendo “the first Millennium Development Goal of halving estreme poverty from its 1990 level has been achieved before the 2015 deadline”. E’ meglio nascondere il portafoglio perchè si rischia che, sbandierando il “successo”, l’attuale industria dell’assistenza chieda nuove donazioni.

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4 risposte a “Meno poveri nel mondo…. se lo dice la World Bank

  1. Ciao Enrico
    l’impatto della cooperazione internazionale è stato, in realtà, molto basso nello sradicamento della povertà, anzi, il modello d’interventi implementato è stato simile come risultati a quello che è accaduto nel ns. Meridione, dove assistenza e interventi statali hanno bloccato lo sviluppo. Ciò in relazione all’enorme mole di denaro investito. In alcune situazioni, penso al Sudan, Sahel, aree dello Saharawi, l’assistenza internazionale ha contribuito a consolidare situazione di precarietà e conflitto che hanno impedito lo sviluppo economico e sociale di queste aree.
    Penso che sarebbe utile ripensare, se ci fossero le teste, a nuovi modelli di cooperazione internazionali, in cui siano trasferiti non solo soldi ed espatriati “turisti” ma modelli d’impresa.

  2. la prima obiezione che viene naturale è di natura metodologica: che valore può avere un rapporto basato su un’indagine di 850 famiglie in un mondo di 7 miliardi di persone??
    mi si potrà dire che si fanno delle proporzioni, ma a mio avviso il solo fatto che tali famiglie potessero essere contattate in qualche modo falsa l’indagine (per contattarle ripetutamente significa che le stesse avevano una qualche stabilità, cosa che ai poveri più estremi manca).

    è molto utile anche il riferimento concreto al Nepal: non so come sia il costo della vita lì, ma dovremmo seriamente riflettere se quel livello universale di 1,25 $ sia proporzionato per i diversi contesti.
    infine, sempre con riferimento a questi contesti, dovremmo domandarci cosa significa “povertà” per le persone coinvolte: il loro tenore di vita potrà apparirci insufficiente, ma forse per le loro abitudini ed i loro termini di paragone è ancora dignitoso (ovviamente con questo non voglio spingere a lasciare il mondo nella povertà, solo a definire adeguatamente in concetto).

    quoto quanto scrivi sull’intervento delle ONG, dell’assistenza internazionale e delle organizzazione internazionali (al convegno della scorsa settimana l’esempio etiope era perfettamente spiegato).

    credo che dovremmo ripensare il problema e comincare a porlo anche in termini di convivenza civile-comunitaria (a seconda dei contesti) e quindi includere nell’analisi anche tutti quei servizi (acqua, istruzione, sanità) che in singolo non può procurarsi da solo. ed integrarli nei programmi.

    infine, sui celebrati successi dei Millennium Development Goals: è un vero successo? l’incremento dei “super ricchi” ci mostra in realtà come le disuguaglianze continuino a crescere. quindi il rapporto coi “super poveri” adrebbe adeguato di conseguenza….

  3. Si è tenuta a washington la conferenza sull’AIDS promossa dalla World Bank, uno dei relatori, Roger England, ha dichiarato: : The $100 billion that has been spent so far on AIDS has created an “AIDS-industrial complex” and the international AIDS meeting in Washington this week is its trade fair. The money has otherwise accomplished much less than it could have if wisely spent”.

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