Bungamati

Nel 1991 girammo un documentario (video) sulle fedi del Nepal. Bungamati era allora un piccolo villaggio contadino, appena staccato da Kathmandu, che ora l’ha inglobato. La maggioranza degli abitanti è Newari, l’etnia originaria della Valle. Nei passaggi secolari di popoli ed idee, i Newari hanno adottato un culto sincretico che accomuna fede e immagini Buddhiste ed Hinduiste. Ancora, seppur svaniti con la modernità, nelle loro città Bakthapur, Patan e, appunto Bungamati, sopravvivono culti dell’antico buddhismo Mahayana, scmparso in India più di mille anni fà.

Da Bungamati, ogni anno, parte il grande carro di Machendranath, una loro divinità sincretica incaricata di favorire le piogge del monsone, i raccolti e, dunque, la vita di una civiltà fino a pochi anni orsono ancora contadina.

In questo girovagare per Bungamati e la bellissima città gemella Kokana ci siamo innamorati del posto e della sua gente, del Nepal del passato. Ogni volta che si voleva tornare indietro, sfuggire da Thamel e dalla Katmandu dei Malls pieni di roba cinese, questo era il rifugio.

A tre mesi dal terremoto, percorrendo le strade rifatte, con case nuove (e intatte) che hanno occupato le vecchie risaie, il primo incontro è con il grosso carro, in mezzo ala strada, quasi abbandonato. Il faccione dorato di Machendranath è messo in un cantuccio, sorvegliato da una guardia. Come il resto del paese il carro attende di ripartire.

Poi inizia la tristezza; le vecchie case sono distrutte o stanno in piedi per miracolo. In alcune spezzate in due i vedono gli oggetti di uso comune infilate nelle nicchie: vasi di terracotta, una chitarra spezzata, un dhoko (cesta dei portatori).

Duk Lagyo dice la gente, tristezza, dolore. Chissà come mai questa cittadina è stata quasi rasa al suolo, così come Kokana, mentre a qualche chilometro tutto è intatto.

Arrivo sulla piazza da dove partiva la processione, c’era l’alto Shikkara bianco di Machendranath, una piccola pagoda, intorno le vecchie case di mattoni con meravigliose finestre di legno intarsiato.

Trovo solo le tende dei rifugiati, il Shikkara non c’è più, neanche il piccolo tempio. Mi riguardo il vecchio documentario per ricordare com’era la piazza.

Intorno le vecchie case o sono distrutte o stanno in piedi sorrette da paloni. Entro nei bassi portali anichi che conducono ai Bahal i monasteri/parrocchie newari) non c’è più niente dietro.

Due donne stanno pulendo con affetto e cura un loto dorato che segnava l’entrata del tempio scomparso, solo i due leoni di pietra dell’entrata sono in piedi.

Non so se dipende dai ricordi o dalla realtà e da quanto trasmettano gli abitanti superstiti. Anche Sanku è distrutto, tante case di Bakthapur, la Piazza di Kathmandu ma in nessun posto ho percepito tanto dolore.

Scendo verso Kokana fra le macerie, incontro un Bahal da poco ristrutturato, l’unico che ha resistito intatto. Dentro peperoncini messi a seccare al sole, due anziane che chiacchierano. La vita sembra continuare.

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Una risposta a “Bungamati

  1. Che tristezza dev’essere… ma che bella la conclusione di questo post.

    Ci starebbe una buona dose di confronto fra filosofie “occidentali” e “orientali”…

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