Eravamo lì, seduti sui gradini del Tempio

Il mio articolo nel libro di Robi Rubiolo #ilmioNepal, un bella idea per Natale, la foto è sua, una delle tante (anni ’70), pubblicate nel libro.

Eravamo li seduti sui gradini del Tempio, sotto gli occhi benevoli e innamorati di Shiva e Parvati e vedevamo scorrere il Nepal.

La piazza raccoglieva instancabili venditori, bambini a caccia di rupie o gelati, stracciati risciòmen, affaticati portatori con i carichi più strani. Lì seduto non correvi il rischio di restare solo, qualcuno arrivava per chiederti della tua vita e raccontare la sua.

Tutto è rimasto più o meno uguale fino alla fine degli anni ’80.
Si arrivava nel vecchio e piccolo aeroporto bianco, dove aver sorvolato alte colline con lo sfondo dell’Himalaya; si bucavano le nuvole e si planava fra le risaie, le case rosse, gli stupa bianchi e le pagode dorate della Valle.
Kathmandu ha trattenuto a lungo un fascino composto da ritmi, gente e sensazioni per noi, in Occidente, dimenticate. Fino a pochi decenni orsono , i palazzi di cemento, le macchine ancora non prevalevano rispetto alle pagode, alle migliaia di templi e divinità diffuse, alle case di legno intarsiato a riscio e portatori.

Poi , velocemente , il Nepal ha iniziato a correre, tanti sono rimasti indietro: i ragazzi arrabbiati dei villaggi che hanno sostenuto la decennale guerriglia maoista, i milioni di giovani che hanno abbandonato le colline per un duro lavoro negli Emirati, in India o in Indonesia.

Ma già, allora, dai gradini del Tempio vedevamo i ragazzini, attratti da qualsiasi cosa arrivasse dall’occidente e i loro padri, giunti nella capitale dai villaggi, impegnati come matti a cercare, giustamente, benessere. Nelle colline e nelle montagne avevano lasciato poco, una vita di sopravvivenza ma, anche, un equilibrio sociale fatto di comunanza e solidarietà.
Oggi il Tempio è sorretto da sostegni di legno, due pagode nella pazza sono cadute, il bellissimo Kasthmandap non c’è più; il vecchio palazzo reale è a pezzi, dopo il devastante terremoto del 2015. Un ultimo colpo, traumatico, al vecchio Nepal, che Robi racconta nelle sue fotografie.
Quando gli ultimi freakkettoni lasciarono o erano obbligati a lasciare le stanze fatiscenti di Maru Tol, dove, dagli anni ’60, erano stati accolti solo dalle caste basse newari o le camere degli alberghetti di Freak Street, a Kathmandu vivevano poco più di 300.000 abitanti (inizio anni ’80), raddoppiati negli anni ’90 fino a raggiungere i circa 3.000.000 attuali (forse 5 in tutta la Valle).

Iniziavano ad aumentare anche i turisti che lasciavano i luoghi dei freak nella vecchia Piazza per concentrasi a Thamel (dalle poche migliaia degli anni ’70, si raggiunse la cifra di 800.000 nel 2012), allora piena di risaie, con i bei Bahal (monasteri buddhisti newari) non ancora soffocati dai palazzi.
Contemporaneamente cresce il flusso di migrazione interna, i contadini lasciano i villaggi delle colline e delle montagne; fenomeno che diventerà quasi un esodo nel periodo (1996-2006) durante la guerra civile e che si è ancora accentuato nel post-terremoto del 2015 (la popolazione che vive nei centri urbani è passata dal 5% nel 1972 al 23% di oggi).
Come accadde nel resto del mondo, alla fine degli anni ’80 il Nepal inizia a globalizzarsi. Cede la monarchia paternalista di Re Birendra, tornano nella legalità i partiti, cambiano leggi, uomini e abitudini. É la prima Jana Andolan (movimento/rivoluzione della gente) nel 1990.

La televisione illumina le case dei nepalesi, sposta i ritmi di vita e diffonde le immagini del crollo del muro di Berlino, lo squagliarsi dell’impero sovietico, Tienanmen; la vittoria del libero mercato con il vicino esempio delle “tigri asiatiche”. I nuovi leader politici sognavano il Nepal come la svizzera dell’ Asia.

Iniziano girare tanti soldi. Gli aiuti internazionali, dai primi USD 2.000 donati dagli americani negli anni ’50, superano il miliardo; Il Nepal diventa interamente dipendente dagli aiuti internazionali (e dai burocrati che lo guidano). La quota dell’aiuto internazionale passa dal 2% del PIL a metà degli anni ’60 a oltre il 10% negli anni ’90. Soldi che restano, in gran parte a Kathmandu, persi in mille rivoli. Si crea una nuova e ricca elites, quella dei funzionari locali delle NU o delle INGO, in gran parte provenienti dalle caste che tradizionalmente hanno spartito il potere (Bhaun, Chetri e Newari).
Nei primi anni ’90 esplode il commercio, esportazioni ed importazioni, crescono i finanziamenti internazionali, nel 1994 si crea la Borsa valori. Fino a pochi anni prima c’erano solo 90 imprese di medie dimensioni private, gli unci due hotel internazionali Annapurna e Soaltee (costruiti nella seconda metà degli anni ’60) erano partecipati dal fratello del re. Dalla prima metà degli anni ’90, nascono centinaia di piccole e medie imprese (tappeti, pashmine, artigianato), car dealers, supermercati, banche, finanziarie, telefonia e arrivano le multinazionali interessate ai mercati indiani.

Nel periodo 1991-1994 il PIL cresce annualmente dell’8% ; fino al 1990, con la monarchia e il Panchayath, la crescita annua non superava l’1,5%.
Tanti soldi arrivano in fretta, maldistribuiti e concentrati in massima parte a Kathmandu. Nel bar dell’hotel del’Annapurna si vedevano raramente nepalesi, un caffè costava quanto un daal bhaat, ma dalla metà degli anno ’90 divenne una moda frequentare bar e ristoranti, se ne aprirono a centinaia dedicati alla nuova borghesia nepalese.

I bambini degli anni ’90 (come i nostri degli anni ’60) furono la prima generazione iniziata alla cultura del consumo.
In poco più di 20 anni la Valle (e non solo Kathmandu) è diventata una megalopoli, una delle più inquinate del mondo. Ogni giorno si rimane bloccati nel traffico ad ogni ora del giorno, le strade, seppur ampliate negli ultimi anni, sono insufficienti. Oggi i veicoli registrati sono 240.000, aumentati del 40% negli ultimi dieci anni. All’inizio degli anni ’80 erano poco più di 30.000. Nel 2008 nella Valle viveva il 15% della popolazione nepalese, che consumava il 60% delle merci importate, il 45% della produzione elettrica, il 90% delle auto. Tutte che girano nel centro di Kathmandu.

Nel resto del Nepal vive la maggior parte della popolazione, in migliaia di villaggi sparsi fra le colline o nelle piane del Terai dove non c’è acqua corrente, strade, sanità. Nelle colline e nelle pianure del Terai si produce ancora il 30% del PIL, grazie all’agricoltura dipendente, ancora, dall’acqua dei monsoni.
Si sopravvive con i raccolti di mais e riso, si raccoglie dopo ore di cammino l’erba per i bufali e la legna per cucinare, i bambini studiano con le candele e vanno avanti indietro per portare l’acqua dalle sorgenti o dai fiumi fino a casa.

Qualcosa è cambiato negli ultimi anni, l’elettricità ha raggiunto il’60% della popolazione (era il 20% nel 1998), le colline sono attraversate da strade sterrate, la migrazione ha trasferito un po’ di benessere anche nei villaggi.
Ma, come nella metà degli anni ’90, quando il boom rallentava per l’incapacità della classe politica, la corruzione, il chakari (nepotismo) l’instabilità (11 governi in 10 anni) la gente dei villaggi ancora sogna di trasferirsi nella capitale, terra delle opportunità o , da quando divenne semplice avere un passaporto (2003), migrare in Indonesia, negli Emirati, in India o negli USA. Tanti hanno fatto debiti con le agenzie che garantivano un lavoro remunerato all’estero.
Si calcolano in oltre 5 milioni i nepalesi all’estero che rimettono nel paese una somma di denaro pari al 30% del PIL.

Nei villaggi, ormai svuotati dai giovani, oltre il 60% delle famiglie ha almeno in cerca di reddito e di fortuna all’estero. Nella norma lavorano nelle costruzioni o nella ristorazione, guadagnano usd 500-600 al mese. Qualcuno è riuscito a far fortuna. I soldi che spediscono a casa servono per coprire i costi dei documenti, visti, agenzia, aiutare i famigliari che coltivano i campi; appena si accumula un po’ di capitale si compra una casa, possibilmente a Kathmandu, alta tre, quattro piani per affittare un po’ di stanze e avere una rendita.
Il boom edilizio non si è ancora fermato. La terra coltivabile era il 66% della Valle ed è scesa a meno del 10% (2011). In poco più di 20 anni, senza alcuna regola, l’anarco-architettura ha riempito gran parte della Valle. Case nuove già fatiscenti, enormi shopping center per gli acquisti. Avavano resistito, come isole, le vecchie case dei centri storici di Patan, Bhaktapur e Kathmandu sono state le più colpite, dal terremoto del 2015, speriamo che non siano, anche loro, sottoposte alla speculazione edilizia.
Nel 1950, Ganesh Man Singh, uno dei leader dell’allora vittorioso Congresso, comprò un palazzo degli sconfitti e esiliati principi Rana a Thamel (ancora esistente, in parte oggi occupato dalla Kathmandu Guest House), erano 16 ropani di superficie (0,8 ettari) e lo pagò Nrs 45.000 (allora circa usd 6.000). Oggi un ana (32mq, 1\16 di ropani) di terra nella zona costa oltre usd 50.000.

I giovani, gli studenti, gli insegnanti dei villaggi (specie nella zona collinare occidentale, fra le più povere) che non riuscivano o non volevano migrare vedevano che la ricchezza crescente, gli aiuti internazionali miliardari, le opportunità si fermavano nella capitale. La Jana Andalan, e i partiti (Congresso e UML-comunisti moderati) che l’avevano cavalcata avevano tradito le aspettative dei tanti rimasti indietro o fuori dal boom economico.

Scoppia la guerra civile, un conflitto che durerà dal 1996 al 2006 con oltre 11.000 vittime e brutalità ingiustificate da entrambe le parti. Il conflitto rallenta fortemente la crescita in corso del paese. Si calcola che la perdita del PIL è stata del 2,5% all’anno. La violenza , i conflitti etnici e castali (agitati dai maoisti) sono sdoganate, in un paese fino ad allora pacifico e tollerante.
La gente scappa dalla violenza dei maoisti e dell’esercito, dalle dazioni obbligate all’Esercito di Liberazione e si concentra a Kathmandu.

La classe politica nepalese si sfalda, il paese non è più governato, Re Birendra (ancora amato nei villaggi) è ucciso con gran parte della famiglia dal figlio pazzo e ubriacone Direndra, l’unico superstite è il fratello Gyanendra (implicato in traffici di opera d’arte) che sale al trono e dopo poco (siamo nel 2005) assume pieni poteri: per un anno è il marasma, il paese è bloccato da scioperi, coprifuoco, proteste e guerriglia.
Nel 2006 la seconda Jana Andolan, la gente torna nelle piazze, la monarchia è abolita, nasce la costituente, i maoisti diventano il primo partito ma, sono presto assimilati dalle pratiche di corruzione e instabilità dei partiti tradizionali.

Il Paese con fatica riprende a cercare di crescere. Ma è un paese diverso da quello che avevamo visto tanti anni fà.
Dai gradini del Tempio vediamo giovani e ragazze più liberi e, come dimostrerà il post-terremoto, anche più attivi; girano in motorino, si vestono all’occidentale, tutti hanno un telefonino ed internet apre al mondo. La ricchezza generata, in questi ultimi 30 anni, un po’ si è diffusa.
Non tutto è stato negativo nel veloce arrivo nella modernità del Nepal. Quando Robi arrivò, a piedi, nella Valle il reddito procapite era di USD 170 (oggi in base al purchasing power parity è di USD 2.300); i bambini non potevano andare a scuola perchè esistevano solo 600 primarie (oggi 17.000); gli ospedali erano 15 con poco più di 90 medici (il primo Medical College fu istituito nel 1972) oggi ci sono 150 e oltre 500 medici.

Certo, dai gradini del Tempio vediamo un Nepal diverso, Shiva e Parvati ci guardano sempre dal finestrone, forse, un po’ meno venerati di qualche decennio fa. Nel bene e nel male, oggi il Nepal è più simile all’Occidente da cui tanti fuggivano. Egoisticamente abbiamo perso qualcosa.

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