Con mia figlia, a Kathmandu

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Una bambina, mia figlia, torna dopo diversi anni in Nepal. Li era andata all’asilo, aveva amici, aveva fatto trekking e girato nei villaggi. È cresciuta (ora ha 12 anni), tanti ricordi sono svaniti, un pò di flash di quando era piccola. Questo è il suo Nepal. A scuola le hanno chiesto di scrivere un tema: “Tu e te stesso”

:”I clienti della Oman Airlines sono pregati di salire a bordo. Ultima chiamata. Grazie.

Corsi più velocemente al gates 14, trascindomi dietro il mio enorme zaino arancione. Il mio volo stava per partire e io ero in ritardo, come  al solito!
Ero arrivata sull’aereo, sapevo già che mi aspettavano tredici ore dentro un aereo.. Avevo preso il volo di notte perciò sarei arrivata alle sei di mattina (il fusorario). Mentre l’aereo partiva, sentivo la pressione salire, lo stomaco attorcigliarsi e l’adrenalina aumentare.

Guardai fuori e il cielo che si stava cominciando a tingere di viola, laciando il giallo e l’arancione ai colori del giorno. Sembrva un dipinto ad acquarello, una grande tela che catturava tutte le pennellate dell’artista, che faceva fondere insieme tanti colori diversi per formare un unico arcolbaleno dai tono caldi, come il tramonto. Sotto questa cupola di artistici pensieri mi addormentai.
Fui svegliata da un  hostess circa tredici ore dopo, appena prima dell’atterraggio.
Scesa dall’aereo fui investita da un’aria afosa e secca, sapeva di polvere e caldo, di spezie tipo il Curry.
Dopo aver preso i miei bagagli, un comitato di benvenuto venne a prendermi.
Ero arrivata in Nepal, le spezie, la cordialità, la gentilezza, l’incredibile generosità e la tranquillità sconvolgente.
Le persone che mi vennero a prendere mi misero al collo sciarpe color seta giallla, decorate da frasi in nepalese e disegni induisti.
Mi portarono all’Hotel Manaslu, l’albergo dove mio padre mi portava. Era un posto molto tradizionale, con decorazioni in legno e un ampio giardino in stile induista.

Guardando quel posto mi vennero in mente tanti ricordi, quando avevo vissuto ed ero ritornata a Kathmandu per la seconda volta, e poi la terza per il matrimonio della figlia di un amico di mio padre. Sorrisi ricordando quei momenti, quelle emozioni e le situazioni di quel posto.
Il giorno dopo mi recai al centro della città, Thamel, un posto pieno di odori, sensazioni e culture.
Mi ricordavo benissimo come addentrarmi per il centro, come una stampa imparata a memoria.
Guardandomi attorno vidi le caratteristiche bancarelle, colme di gioielli fatti a mano.
C’erano negozi piccolissimi, colmi di toffe colorate, di diversi materiali. Le stoffe erano di colori sgargianti, con diverse fantasie a forma geometrica.
I negoziettti erano colmi di cibi strani o cibi caratteristici come biscotti pieni di spezie o frutti esotici.
Qua e la c’erano anche dei bar che vendevano delle gustose spremute fatte a mano, zuccherose al punto a giusto, frutta colta a mano.
Le strade erano affollate di persone, i colori sgargianti dei vestiti, si differenziavano dalle strade non asfaltate, gli occhi delle donne solcati da lunghe righe di kajal, erano magnetici e attiravano l’attenzione su di loro.
Nell’aria c’era odore di terra brulla, polvere, spezie, sudore, cibi strani proveniente dalle cucine delle case.
Ma i negozi più belli erano quelli delle stampe, fatte con la speciale carta di riso, sono dei grossi fogli con miniature perfette come i colori, amalgamati benissimo. I contrasti riuscivano a creare un effetto bellissimo.
Guardai in alto, su nel cielo. Capii cosa volevo fare, cosa volevo essere.
Io volevo restare qui, volevo restare a Kathmandu.

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